9 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alleringersleben, 9 luglio 1945

Dopo una settimana i russi hanno deciso di farci muovere, così ieri siamo partiti alla volta di Alleringersleben. Abbiamo marciato per quasi otto ore per coprire i 25 chilometri che ci separavano da questo paese.

Alla sera ci hanno condotto allo zuccherificio, proprio quello dove avevo lavorato nei primi tempi della prigionia. Prima dell’appello serale ci hanno dato il permesso di girare liberi per il paese, ma non di uscirne fuori, perché altrimenti ci avrebbero inseguito e sparato.

Grazie alla mia conoscenza del luogo e ben consapevoli della malafede dei russi, io e alcuni amici abbiamo deciso di organizzare e tentare la fuga verso la fitta foresta che costeggia da un lato il paese. Purtroppo non sono riuscito a convincere ad aggregarsi a noi un carissimo amico di Sant’Ambrogio, un ragazzo di ventidue anni che non mi ha creduto, o forse non ha avuto sufficiente coraggio. Ci siamo limitati a salutarci e a scambiarci gli indirizzi, perché lui ha preferito rimanere lì. Chi tornerà per primo a casa andrà ad avvisare i familiari dell’altro per dire che è ancora vivo e che tornerà anche lui a giorni.

Il nostro piano è stato messo in atto poco prima del riposo notturno, anche perché io conosco Alleringersleben e so dov’è il posto migliore per darsi alla fuga. Scherzando e facendo gli stupidi, come si fa da giovani, io e altri italiani siamo arrivati alle ultime case del paese, dopo di che ci siamo messi a correre come dei pazzi verso la foresta, inseguiti dagli spari dei russi.

Dopo una corsa a perdifiato, sul calar della notte, ci siamo fermati nel bel mezzo della foresta, dove siamo rimasti appiattiti a terra fino all’alba. Poco prima del sorgere del sole abbiamo ripreso la nostra corsa fino a trovarci sull’orlo di una cava profondissima, una miniera all’aperto, che noi non sapevamo essere nella zona che ricade sotto il controllo dell’esercito inglese. Persi per persi siamo rotolati giù fino al fondo della cava dove siamo stati subito circondati da soldati con i fucili spianati che ci puntavano le torce elettriche in faccia. Erano inglesi!

Noi sapevamo che gli accordi tra gli alleati prevedono la restituzione di chi scappa da una zona all’altra. Ma sapevamo anche di non aver fatto niente di male, la nostra sola colpa è di essere scappati per tornare a casa.

I soldati inglesi ci hanno spintonato urlando cose incomprensibili, ma dopo abbiamo capito che era tutta una messinscena perché in alto c’erano i russi che assistevano. Volevano fargli credere che fossimo loro prigionieri e per questo ci hanno percosso.

Ci hanno poi portato dentro ad una baracca e ci hanno chiesto informazioni. Volevano sapere chi eravamo, da dove venivamo e perché ci trovavamo lì. Una volta fornite tutte le spiegazioni del caso gli inglesi si sono scusati per le percosse che, come avevamo immaginato, dovevano servire a convincere i russi che fossimo prigionieri degli inglesi. Poi ci hanno fatto uscire promettendoci che di lì a poco ci avrebbero fatto salire su un treno per l’Italia.

Forse finalmente la nostra odissea sta per finire davvero. E pensare che in Grecia gli inglesi erano stati i nostri più acerrimi nemici e noi li prendevamo in giro dopo la loro sconfitta. Ed ora sono proprio loro a ridarci la libertà.

Dino

1 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Hermsdorf, 1 luglio 1945

Non avendo potuto scrivere negli ultimi due mesi e mezzo, è bene fare un breve resoconto di ciò che è successo.

In questo periodo, cioè da quando siamo stati presi in carico dagli americani nelle tragiche circostanze che descrissi, siamo alloggiati in un campo che si trova nei pressi della cittadina di Hermsdorf, dal quale si vede l’autostrada che porta a Berlino. In questo campo siamo tutti italiani. Che fine abbiano fatti i prigionieri dei tedeschi appartenenti ad altre nazioni non ci è dato di sapere. L’importante è che qui non soffriamo di certo le privazioni patite sotto il controllo delle guardie della Polte e delle SS. Ci trattano bene, anche se il vitto è sempre lo stesso, pane bianco e carne in scatola, ma almeno non manca mai. Così come non mancano mai sigarette e cioccolato. Tra noi si scherza e si cerca di far passare il tempo in attesa della partenza verso casa, che nessuno sa esattamente quando sarà.

Questa notte però è successo qualcosa di inaspettato che potrebbe cambiare il nostro destino. Come è stata sempre la regola dal 17 aprile in poi, ieri sera ci siamo addormentati sotto la protezione degli americani. Più e più volte ci avevano promesso che ci avrebbero rimpatriato e di aver pazienza, perché siamo in tanti e le ferrovie funzionano ancora con difficoltà. E’ ovvio, quasi tutti i ponti sono stati fatti saltare per aria dall’esercito tedesco in ritirata.

Inoltre recenti disposizioni hanno previsto che gli ex internati sarebbero stati temporaneamente alloggiati, ove possibile, dai campi da cui provenivano. Questa notizia ci lasciò sbigottiti perché avevamo già pregustato il ritorno a casa e invece rischiavamo di tornare alla Polte.

Scappare dal campo? Praticamente impossibile dato lo stretto controllo degli americani. E poi per andare dove? Senza una lira in tasca, senza sapere da dove passare e con quali mezzi…

Solo chi è in condizioni di salute critiche viene ricoverato negli ospedali da campo o rimpatriato in Italia per via aerea. Noi invece siamo qui ad aspettare con disappunto, anche se la vita nel campo degli americani, come vi ho già detto, non è lontanamente paragonabile alla vita del lager. Nessuno che ci tormenti, nessuno che ci offenda.

Del resto tante cose sono capitate da metà aprile ad oggi. La Germania ha capitolato ed il fuhrer si è tolto la vita insieme a sua moglie per non cadere prigioniero ed essere giudicato da un tribunale di guerra per tutti gli orrendi crimini commessi.

Ma questa notte, come ho scritto, è successo qualcosa di inaspettato e che potrebbe cambiare il nostro destino. Quando stamattina ci siamo svegliati gli americani erano spariti ed al loro posto c’erano… i russi!!!

Appena svegli ci hanno radunato con i fucili puntati contro, perché avendo trovato una fondina in una baracca erano convinti che qualcuno tra di noi avesse una pistola. Ma nessuno di noi ce l’aveva, o comunque se qualcuno l’avesse avuta se ne è stato ben zitto.

Verso sera poi ci hanno informati che saremmo tornati in Italia in nave, che ci saremmo imbarcati nel porto di Odessa in Crimea, e che avremmo raggiunto Odessa a piedi.

Siccome mastico un po’ di geografia da quando la studiai alle superiori, ho stimato che dalla Germania del nord per arrivare ad Odessa sul Mar Nero ci sono a occhio e croce quasi duemila chilometri. Delle due l’una: o ci metteremo mesi, sempre che le forze rimaste ce lo consentano, o i russi stanno mentendo e chissà dove ci vogliono portare.

E tutto questo perché gli accordi tra russi e americani hanno previsto che la zona di Magdeburgo sia destinata a finire sotto il controllo russo.

Sembra impossibile ma ce n’è sempre una, l’odissea che stiamo vivendo sembra non dover finire mai.

Dino

17 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 17 aprile 1945

I bombardieri alleati da tempo sorvolano senza ostacoli il cielo di Magdeburgo con i loro cannoni e le mitragliatrici di bordo, dai quali continuano a colpire a tappeto le poche zone ancora sotto il controllo dell’esercito tedesco.

Ma sono altre le cose che mi sono capitate in questi giorni e che non dimenticherò più finché campo.

Dopo quello che è successo ai prigionieri della Polte negli ultimi terribili giorni, quando molti di loro sono morti durante i fatti dello stadio Neue Welt, siamo rimasti in pochi e non sappiamo più cosa fare, dove andare. Sembra una beffa atroce il fatto che Neue Welt in italiano significhi nuovo mondo. Certamente il mondo che ci aspetta sarà nuovo, tutto da ricostruire, ma di sicuro non sarà come lo desideravano i nazisti e il loro capo.

Ma partiamo dall’inizio nel racconto di cosa ci è successo tra ieri e oggi. Saputo del pericolo costituito dai militari tedeschi sbandati, io e altri quattro italiani ci siamo allontanati dalla città ma, senza volerlo, siamo finiti in una zona che è ancora sotto il controllo dei tedeschi. La confusione è tanta, non esistono luoghi sicuri ed ogni incontro può rivelarsi pericoloso o fatale. Ci sono in circolazione gruppi di giovani hitleriani fanatici, disperati e consapevoli della loro fine ormai vicina, che per un nonnulla sono capaci di spararti.

Continuano a sentirsi i colpi dell’artiglieria americana, ogni giorno più vicina, ma che sembra non arrivare mai.

Per non correre inutili pericoli allora ci siamo andati a nascondere in un campo, lontano da strade, sotto a dei covoni di grano. Qui li fanno enormi tanto che la gente del posto ci nasconde sotto perfino le macchine.

Nel nostro gruppetto ci sono anche due amici di Napoli, conosciuti alla Polte e a cui sono molto affezionato. Quando ci siamo andati a nascondere sotto i covoni c’erano già tre romani, scappati come noi e in cerca di un luogo sicuro in cui attendere l’evolversi della situazione. Coperti di paglia siamo rimasti lì, fermi per tutta la notte, dormendo ben poco, aspettando l’arrivo degli americani.

Al mattino, al sorgere del sole, abbiamo sentito armeggiare intorno ai covoni ed abbiamo temuto che fossero tedeschi, che potesse essere la nostra fine. Invece erano delle ragazze russe, anche loro scappate dal nostro stesso campo e miracolosamente vive. Pur non comprendendo noi il russo e loro l’italiano, ci siamo raccontati in qualche modo gli avvenimenti degli ultimi giorni.

Tutti insieme, dal nostro nascondiglio, a un certo punto abbiamo finalmente visto passare i carri armati americani a una distanza di circa trecento metri da noi.

All’improvviso, senza una ragione, due dei tre romani sono usciti dal covone e si sono messi a correre verso gli americani gridando per farsi notare. Erano vestiti di grigioverde e, in lontananza, gli americani devono averli scambiati per tedeschi perché hanno fatto fuoco e li hanno colpiti in pieno. Una cosa terribile, i nostri compagni di una notte sono morti, a un passo dalla salvezza. Quando il carrista americano ha capito di avere commesso un errore è uscito dal mezzo e tenendosi il capo fra le mani si è messo a piangere non dandosi pace per quello che era successo. Continuava a ripetere in inglese “Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto”.

Così anche la liberazione che avevamo sognato per lunghi mesi è stata un momento drammatico, un momento di morte.

Non immaginavamo certo di raggiungere la libertà in questo modo, sotto la minaccia di un carro armato e con una mitragliatrice puntata contro… è una scena che non potrò mai dimenticare.

Più volte durante la guerra e la prigionia ho rischiato la vita, che io mi ricordi almeno in tre occasioni. Ma mai come in questo caso sono rimasto di sasso. Poveri ragazzi, fino a poco prima erano felici per la libertà riconquistata dopo mesi e mesi di sofferenze. Anche le ragazze russe piangevano a dirotto.

A quel punto, tremanti come foglie, siamo usciti piano piano dai covoni con le mani in alto e abbiamo chiarito chi eravamo, da dove venivamo e perché eravamo lì. Gli americani ci hanno offerto cioccolato e sigarette, ma ci hanno anche ordinato di dirigerci a un vicino campo di raccolta dove avremmo potuto mangiare e riposare in attesa di nuovi ordini, assicurandoci che presto qualcuno sarebbe venuto a trovarci e che nessuno ci avrebbe più fatto del male.

E così abbiamo fatto, siamo andati al centro di raccolta dei prigionieri dove ci troviamo ora insieme a tantissimi altri. Una zuppa calda di lenticchie è stato il primo passo verso la normalità dopo mesi di incubi ad occhi aperti e di brodaglie maleodoranti.

Ma non doveva finire così. Non è giusto.

Dino.

14 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 14 aprile 1945

Ciò che temevamo è puntualmente capitato. Di fronte al mancato arrivo degli americani e non sapendo dove andare, le SS ieri mattina alle 6 si sono ripresentate al campo della Polte.

Uomini e donne sono stati cacciati fuori con la forza dalle baracche da due unità della Volkssturm con l’aiuto della gioventù hitleriana. Temendo possibili vendette da parte dei prigionieri e di essere ritenuti responsabili dalle truppe alleate per le condizioni del campo, hanno deciso di condurre dall’altra parte dell’Elba i prigionieri che nei due giorni precedenti non erano fuggiti come invece abbiamo fatto noi.

Circa 3.500 prigionieri, scortati da guardie armate, hanno marciato attraverso la città verso est, ma essendo completamente esausti ci hanno messo ore per compiere un tragitto di circa quattro chilometri ed arrivare al ponte sull’Elba.

Passati sull’isola sono arrivati sul terreno dello stadio “Neue Welt”. Mentre le guardie si sono fermate per fare una pausa, i prigionieri sono finiti improvvisamente sotto il fuoco dell’artiglieria delle truppe americane posizionate nella parte sud-orientale della città. Così, in preda al panico, chi non veniva colpito cercava di scappare e veniva ucciso dai tedeschi. Chi ha assistito all’episodio parla di una vera e propria carneficina.

Dopo il massacro, i sopravvissuti sono stati nuovamente radunati e incamminati verso est con destinazione (almeno così dicono) il campo di concentramento si Sachsenhausen ancora in mano ai tedeschi. Di loro non si sa più nulla.

Fortunatamente noi nel nostro nascondiglio siamo riusciti a sfuggire a questa triste sorte e ci siamo ritrovati a vagare per le strade della città. Al grande incrocio tra Sedanring e Poltestrasse, abbiamo trovato un carro trainato da cavalli abbandonato. Sul carro c’erano numerose valigie e bagagli, forse appartenenti alle guardie del campo. Ma quando alcuni di noi si sono avvicinati sono stati minacciati da alcuni giovani hitleriani armati. Sono intervenuti dei civili e per fortuna non ci sono state sparatorie.

Tutte queste cose le abbiamo sapute oggi dai pochi sopravvissuti che sono tornati nel campo dove ora non ci sono più guardiani. E nemmeno prigionieri.

Dino.

12 aprile1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo,12 aprile 1945

Queste ultime ventiquattr’ore resteranno indimenticabili. Abbiamo vissuto ciò che per mesi è stato solo un sogno.

Se e quando arriveranno gli americani non ci sarà altro da fare che uscire fuori dal nostro nascondiglio con le mani alzate in segno di resa, felici di arrenderci a loro,

Ai miei compagni ho raccontato di Claretta, di come soffro nel non poterla vedere e di come probabilmente starà soffrendo anche lei che, prima di lasciarci mi aveva confidato di aspettare un bambino. I miei compagni di prigionia non approvano. Dicono che le donne tedesche non sono affidabili, e sotto il profilo morale sono criticabili. Ma io non ci credo. Per di più conosco bene Claretta, lei certe cose non le farebbe mai.

Circola voce che forse non saranno gli americani a venirci a salvare ma i russi, e che per mandarci a casa prima ci porteranno in Unione Sovietica. Per il momento stanno già rimpatriando i loro prigionieri liberati nei campi di concentramento e sottratti al potere dei nazisti. Solo dopo si occuperanno degli italiani e degli altri prigionieri. Ciò sarebbe dovuto al fatto che il comando tedesco sembrerebbe intenzionato a rifiutare una proposta di resa degli americani.

Speriamo che la gioia per la ritrovata libertà non duri poco, visto che alla fine dei conti agli occhi dei russi continuiamo ad essere visti come gli ex alleati dei nazisti.

Vista la calma relativa la maggior parte dei prigionieri è tornata al campo e, non potendo far altro, si sono ritirati nelle loro baracche in attesa dei liberatori.

Noi invece continuiamo a starcene per conto nostro, non si sa mai…

Dino.

11 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 11 aprile 1945

Questa mattina alle 10 è suonato l’allarme antiaereo per molti minuti di seguito. Era il segnale convenzionale per avvisare i militari ed i civili che gli americani stavano entrando a Magdeburgo e che gli abitanti avrebbero dovuto mobilitarsi per la difesa della città. Dopo 15 minuti la sirena ha smesso di suonare, segno che gli americani erano arrivati.

Tra di noi c’è stata una forte eccitazione, tutti discutevano sul da farsi ma non si riusciva a mettersi d’accordo. Che fare? Il nostro sogno di libertà stava diventando realtà, mancavano solo pochi giorni o forse solo poche ore alla nostra liberazione. Tutti i militari e le guardie tedeschi erano spariti dalla Polte. Anche i lavoratori tedeschi se ne erano andati via in modo disordinato.

Non sapendo esattamente cosa fare e dove andare abbiamo deciso di uscire dal campo e di andare a nasconderci. Ma dove? Nascondersi nella fabbrica sarebbe stato sicuramente pericoloso, così come restare nel campo, metti mai che tornassero le SS. Attirato dal fumo della stanza delle caldaie qualcuno si è nascosto lì. Io e altri prigionieri abbiamo invece deciso di andarci a rifugiare per la notte nella cantina di una casa vuota tra le poche che non sono state distrutte. Poi vedremo il da farsi in ragione di cosa succederà, sperando che i militari americani arrivino.

La situazione è surreale. I tedeschi sono spariti, gli americani non si sono ancora visti e noi siamo in una sorta di terra di nessuno abbandonati a noi stessi.

Purtroppo in queste condizioni non posso nemmeno rischiare di andare a casa di Claretta per vedere come sta. L’ultima volta che ci siamo visti è stato durante il fuggi fuggi generale dopo la sirena di questa mattina. Tra la folla che scappava l’ho vista. Nel timore di non poterla più rivedere l’ho chiamata, le ho scritto in tutta fretta il mio indirizzo su un pezzetto di carta e l’ho pregata di non perderlo perché altrimenti non avrebbe mai potuto raggiungermi ad Alpignano.

Qui nella cantina, con alcuni prigionieri italiani, stiamo studiando come fuggire per rientrare in Italia attraverso la Francia, perché di attraversare la Germania nessuno ne vuol sentire parlare.

Nel frattempo è arrivato un altro prigioniero che ci ha detto che il campo di sterminio di Buckenwald è già stato liberato.

Secondo il mio punto di vista la fuga è l’unica salvezza in questo momento. Restare al campo è pericoloso, o si rischia la vita per i bombardamenti o, peggio ancora, possono tornare le SS incattivite dalla disfatta.

L’11 aprile del 1945 è una data che mi sarà impossibile cancellare dalla memoria. Figuratevi che durante i momenti di caos qualcuno ha avuto la pensata di scrivere a caratteri cubitali su un grosso cartello “COMUNITA’ ITALIANA” e di appenderlo sull’edificio del corpo di guardia. Qualcuno ha issato una piccola e lacera bandiera tricolore.

Anche i kapò strafottenti e inumani se ne sono andati, sono fuggiti quando hanno visto squagliarsi il corpo di guardia, il Comandante e tutto l’apparato poliziesco, temendo vendette e rappresaglie che certamente ci sarebbero state.

Prima di andarcene dal campo abbiamo consumato un ultimo pasto con quel poco che ci è stato consegnato dai cucinieri. Da oggi la tessera per i pasti non servirà più.

Dino.

1 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 1 aprile 1945.

Oggi è Pasqua, giorno di resurrezione. Al mattino mi sono incontrato in chiesa con Claretta. Durante la funzione ha avuto un lieve malore, forse dovuto alla sua condizione ed alla carenza di cibo che nelle ultime settimane riguarda ormai tutti, anche i civili. L’ho soccorsa amorevolmente e le ho ordinato di andarsi a riposare. Così è tornata a casa e non so quando la rivedrò. Speriamo non sia nulla di grave.

C’è un sole brillante che illumina e riscalda il campo e i prigionieri. Ma i suoi raggi scaldano la pelle, non le nostre anime. Noi siamo un po’ come i sassi, fermi in attesa. Tutto intorno a noi oramai è soltanto attesa. Anche i tedeschi che sono di guardia sono in attesa di un qualcosa che è nell’aria ed è ineluttabile: la sconfitta. Per noi deportati invece l’attesa è sempre fame, malattia e morte, nella infinita speranza che qualcuno o qualcosa spunti all’orizzonte di questa nostra prigione, dove i nostri spiriti si vanno ogni giorno spegnendo ed i nostri corpi si vanno esaurendo, stanchi oramai di tutto, anche di vivere.

Si dice che i tedeschi siano in rotta su tutti i fronti e che Himmler abbia già fatto offerte di pace agli Alleati, i quali le hanno respinte perché ora pretendono una resa senza condizioni. Si sente anche dire che nell’ultima battaglia della Rhur siano stati catturati trecentomila tedeschi.

Anche nel nostro lager c’è la piena consapevolezza che la fine possa essere imminente. Le guardie del campo ormai sono disinteressate a noi, fino ad ignorarci del tutto. Questa sera durante la distribuzione del rancio non s’è visto nessuno, solo gli addetti alla cucina. Alla sera ci ritiriamo nelle baracche con un senso di ansia, perché non sappiamo ciò che ci aspetta nelle prossime ore, nei prossimi giorni.

Speriamo che Claretta stia un po’ meglio, stamattina prima della messa le ho fatto vedere una fotografia scattata a Tripoli in Libia, con Silvana e Wally ancora bambine e vestite con abiti arabi. Non vede l’ora di poterle conoscere.

Dino

19 marzo 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 19 marzo 1945

nelle ultime settimane ci sono stati tre nuovi bombardamenti il 2, il 3 ed il 13 marzo. Tutti i raid sono avvenuti di giorno, segno che ormai l’esercito nazista non è più in grado di difendere la propria popolazione. Dicono che sia stata perfino colpita la cattedrale, dove il grande organo è andato distrutto. I morti ormai non si contano più.

In fabbrica si lavora solo pochi giorni alla settimana ed il nostro supervisore tedesco mostra i segni evidenti delle notti insonni, passate a pulire e rimuovere i detriti dalle case nel buio più completo.

Un nuovo gruppo di prigionieri polacchi e ungheresi ha raggiunto il campo, anche se ormai la produzione della fabbrica è rallentata a causa delle gravi difficoltà nei rifornimenti. Probabilmente tra non molto si arresterà del tutto perché gli altri supervisori, poco alla volta, sono spariti e non si sono più visti, presi come saranno dai loro problemi di sopravvivenza.

Così i prigionieri anziché alle macchine vengono avviati a scavare trincee anticarro vicino al fiume Elba, mentre i pochi rimasti in fabbrica si limitano a fare le pulizie.

All’ora di pranzo, a chi rimane nei campi maschile e femminile, viene somministrata solo più una zuppa acquosa a base di bucce di patate o di barbabietola. La sera, quando va bene, un pezzettino di pane e raramente della margarina o della marmellata. Fate conto che una pagnotta viene divisa tra diciotto persone, di conseguenza la razione di pane per ogni persona è quasi microscopica. Da bere ci danno l’equivalente di una tazza di surrogato di caffè e un po’ d’acqua, all’inizio del turno al mattino o alla sera.

Ancora un’altra ragazza è stata impiccata davanti a tutti i prigionieri. La vittima è stata portata alla forca a piedi nudi e svestita, poi è stata tosata ed appesa sotto i nostri occhi. Se una prigioniera voltava il viso di fronte a questo orrore veniva costretta a guardare a colpi di frusta. Come vuole il loro barbaro rituale, le SS hanno lasciato appesa per 24 ore la ragazza assassinata, come insegnamento e monito per gli altri prigionieri.

Ma pure in mezzo a tanta abiezione a volte capita qualcosa di emozionante e di inaspettato. Circola infatti voce che nel campo femminile una donna abbia dato alla luce un bambino. Non so se sia vero e come ciò sia stato possibile, ma sarebbe una cosa commovente pensare che per mesi le altre prigioniere siano state in grado di nascondere e proteggere una di loro. Del resto siamo qualche migliaio e controllarci tutti, visto il momento, è diventato impossibile. Ormai la fine della guerra è vicina e questa nuova vita ha avuto l’effetto di scuotere le coscienze di molti di noi che erano diventati apatici e insensibili. Una nuova speranza sta nascendo.

Dino.

19 febbraio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 19 febbraio 1944

Sono sempre più numerosi i bombardamenti su Magdeburgo. Ancora il 13 notte (inglesi), il 14 mattina (americani) e domenica 15 febbraio (americani) gli aerei hanno sganciato centinaia di bombe sopra le macerie dei precedenti bombardamenti. Ormai i popolo tedesco è piegato. L’esercito non riesce nemmeno più a difendere i suoi cittadini da questi attacchi. Gli aerei americani compiono le loro missioni in pieno giorno senza più alcun ostacolo. Quando arrivano sono talmente tanti che formano delle nuvole, il cielo rimbomba del suono di centinaia di motori. Ormai è chiaro che la guerra è finita, i nostri alleati hanno avuto la meglio sulla Germania nazista e sui suoi alleati.

Durante i pesanti bombardamenti tra sabato e domenica, le guardie del campo sono scomparse. Così alcuni prigionieri stremati dalla fame hanno trovato il coraggio della disperazione e sono andati fino nelle cucine, dove hanno mangiato tutto quello che hanno trovato. Ma nella frenesia di ingozzarsi di cibo hanno finito per fare indigestione e alcuni di loro sono addirittura morti. La cosa ha molto impressionato gli altri prigionieri, che hanno imparato la terribile lezione.

Questo calvario è alleviato dalla convinzione che più i giorni passano e più è vicina la liberazione. Anche se finora nessuna bomba ha colpito la Polte, la fabbrica in cui lavoro, ogni attacco le macchine si fermano. E’ lampante che così la produzione di armi cala fin quasi a fermarsi.

I prigionieri ridono tra di loro ogni volta che sentono cadere ed esplodere le bombe, ben sapendo che potrebbero essere loro i bersagli. Alcuni lavoratori tedeschi invece non vengono nemmeno più in fabbrica. Altri vengono ma con musi lunghi e vestiti sporchi. Vedendo la distruzione sono disperati e indignati. Ce l’hanno con i nemici ma anche con il loro capo che non vuole arrendersi. Fortunatamente Claretta continua a venire a lavorare e così ci vediamo praticamente tutti i giorni. Anche lei mangia poco ed è dimagrita. Povera ragazza, ogni tanto non si sente bene, dice di avere dei problemi di pressione. Sfido io, con le condizioni di vita che deve affrontare!

Speriamo che tutto finisca presto, dobbiamo rimanere vivi ancora un po’ e forse ce la faremo.

Dino

6 febbraio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 6 febbraio 1945

Sono successe tante cose dall’ultima lettera. Cose gravi e importanti.

Dovete sapere che il 14 gennaio novanta bombardieri americani hanno attaccato Magdeburgo lanciando centinaia di bombe nel giro di dieci minuti, dalle 13,10 alle 13,20. Due giorni dopo, il 16 gennaio, è stato ancora peggio. Un raid aereo di dimensioni tali che non potete immaginare. E’ stata una cosa infernale che ha seminato ovunque morte e distruzione. I bombardieri inglesi e americani erano centinaia. Sono stati colpiti gli impianti industriali e le aree residenziali. Più della metà degli edifici è crollato, ma nel centro città nulla è più rimasto in piedi.

Si contano da cinque a seimila morti, più di quindicimila feriti e migliaia di dispersi. Per non contare i senzatetto che sono ormai più duecentomila.

Quel giorno, poco dopo le 7 di sera quando era già buio da un po’, quasi 400 aerei che inizialmente sembrava puntassero su Berlino modificarono la loro rotta verso Magdeburgo. In questo modo non fu chiaro, fino a poco prima dell’inizio del raid aereo, che Magdeburgo fosse il vero obiettivo. Quando le sirene suonarono per avvisare la popolazione, le prime bombe stavano già esplodendo, impedendo in molti casi alle persone che fuggivano di raggiungere la salvezza nei rifugi.

Chi ha assistito al bombardamento uscendone vivo ha raccontato che i primi aerei sganciarono tonnellate di carta stagnola per impedire alla difesa antiaerea di localizzare i bombardieri riflettendo i raggi radio. Subito dopo gli aerei da ricognizione, completamente indisturbati, lanciarono i cosiddetti “Alberi di Natale” ossia bombe leggere al magnesio per illuminare l’area bersaglio dell’attacco. Alle 21,30 iniziò il bombardamento vero e proprio. La prima ondata di attacchi fu portata con mine aeree che hanno squarciato i tetti e le pareti degli edifici con il loro immenso potere esplosivo. In questo modo hanno creato le superfici di attacco per le successive bombe incendiarie, insieme a bombe mine e bombe ad alto esplosivo della seconda ondata. Il terreno, anche nel rifugio dove ero riuscito a entrare fingendomi tedesco, tremava come se ci fosse stato un terremoto a causa della continua detonazione degli ordigni esplosivi. I numerosi incendi hanno sviluppato delle vere e proprie tempeste di fuoco nella città vecchia, soffocando e bruciando migliaia di persone. L’asfalto delle strade è diventato liquido e ha iniziato a bruciare anche lui.

A causa delle violente esplosioni sono state interrotte le linee elettriche e le tubature del gas e dell’acqua. Le strade erano spesso impraticabili per i vigili del fuoco, che erano senza acqua o dovevano attingerla dal fiume Elba.

Per salvare i sepolti e i feriti e recuperare i morti, oltre al personale ausiliario sono stati chiamati i minatori della zona, la Wehrmacht, i prigionieri di guerra e i volontari. Insomma tutti.

E’ stata una cosa terribile. I morti, spesso donne, bambini e anziani, venivano adagiati sui bordi delle strade e davanti alle rovine … Erano posti in bare alla meno peggio. A volte i cadaveri di più persone erano ridotti ad un unico blocco dal fosforo.

L’intero attacco aereo, durato non più di mezz’ora, ha distrutto quasi tutto il centro della città. Decine di migliaia di abitanti rimasti senza casa ma ancora vivi, sono stati evacuati nei villaggi e nelle piccole città dei dintorni o addirittura in altre regioni della Germania centrale con dei treni speciali.

Dal 16 gennaio Magdeburgo non è più una città, la vita da quel giorno è come sospesa. L’organizzazione sta collassando, inizia a mancare di tutto, compreso il cibo. Ovviamente anche la nostra condizione ne ha risentito. Chi è ancora vivo come me si è visto ulteriormente ridurre le razioni, che già prima erano del tutto insufficienti. La riduzione delle razioni riguarda prima di tutto noi ex-IMI, i lavoratori dell’est e i prigionieri sovietici. Ci vengono somministrati surrogati di cui non conosciamo nemmeno la composizione.

La fame che ora attanaglia anche la popolazione tedesca fa sì che siano aumentati gli episodi di sottrazione indebita di cibo da parte del personale della mensa. Inoltre è diventato sempre più raro che ci venga passato di nascosto del cibo. Un supplemento è riservato solo a chi lavora almeno 75 ore a settimana. Noi ex-IMI siamo così denutriti che chi si ammala di polmonite o di diarrea a volte muore nel giro di poche ore. Gli abusi sui prigionieri ebrei e la scarsa igiene causano malattie che non vengono curate perché si pensa che i prigionieri simulino

C’è di nuovo che oggi mi hanno rilasciato un documento di riconoscimento. E’ un libretto sulla cui copertina c’è scritto vorläufiger fremdenpass che in italiano credo significhi più o meno passaporto provvisorio per stranieri. C’è anche un aquila imperiale disegnata mentre regge una corona con all’interno una svastica. Dopo tutto quello che ho dovuto subire mi verrebbe da cancellarla ma vorrebbe dire esporsi alle ritorsioni delle guardie e delle SS, per cui lo farò non appena sarò libero.

All’interno ci sono le mie generalità ed una fotografia in cui non so come ma sono riuscito a sorridere. Guardando ogni tanto questa fotografia non posso fare a meno di notare come sono dimagrito. Negli ultimi mesi di internamento sono arrivato a pesare 42 chili, io che prima ero 75 kg.

Ci sono poi dei timbri che riportano il nome della città dove mi trovo, ossia Magdeburgo, e la mia posizione di IMI. Questo lasciapassare è valido solo in Germania e solo per un anno, ma io spero ardentemente che tra pochi giorni non mi serva più.

Dino.