9 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alleringersleben, 9 luglio 1945

Dopo una settimana i russi hanno deciso di farci muovere, così ieri siamo partiti alla volta di Alleringersleben. Abbiamo marciato per quasi otto ore per coprire i 25 chilometri che ci separavano da questo paese.

Alla sera ci hanno condotto allo zuccherificio, proprio quello dove avevo lavorato nei primi tempi della prigionia. Prima dell’appello serale ci hanno dato il permesso di girare liberi per il paese, ma non di uscirne fuori, perché altrimenti ci avrebbero inseguito e sparato.

Grazie alla mia conoscenza del luogo e ben consapevoli della malafede dei russi, io e alcuni amici abbiamo deciso di organizzare e tentare la fuga verso la fitta foresta che costeggia da un lato il paese. Purtroppo non sono riuscito a convincere ad aggregarsi a noi un carissimo amico di Sant’Ambrogio, un ragazzo di ventidue anni che non mi ha creduto, o forse non ha avuto sufficiente coraggio. Ci siamo limitati a salutarci e a scambiarci gli indirizzi, perché lui ha preferito rimanere lì. Chi tornerà per primo a casa andrà ad avvisare i familiari dell’altro per dire che è ancora vivo e che tornerà anche lui a giorni.

Il nostro piano è stato messo in atto poco prima del riposo notturno, anche perché io conosco Alleringersleben e so dov’è il posto migliore per darsi alla fuga. Scherzando e facendo gli stupidi, come si fa da giovani, io e altri italiani siamo arrivati alle ultime case del paese, dopo di che ci siamo messi a correre come dei pazzi verso la foresta, inseguiti dagli spari dei russi.

Dopo una corsa a perdifiato, sul calar della notte, ci siamo fermati nel bel mezzo della foresta, dove siamo rimasti appiattiti a terra fino all’alba. Poco prima del sorgere del sole abbiamo ripreso la nostra corsa fino a trovarci sull’orlo di una cava profondissima, una miniera all’aperto, che noi non sapevamo essere nella zona che ricade sotto il controllo dell’esercito inglese. Persi per persi siamo rotolati giù fino al fondo della cava dove siamo stati subito circondati da soldati con i fucili spianati che ci puntavano le torce elettriche in faccia. Erano inglesi!

Noi sapevamo che gli accordi tra gli alleati prevedono la restituzione di chi scappa da una zona all’altra. Ma sapevamo anche di non aver fatto niente di male, la nostra sola colpa è di essere scappati per tornare a casa.

I soldati inglesi ci hanno spintonato urlando cose incomprensibili, ma dopo abbiamo capito che era tutta una messinscena perché in alto c’erano i russi che assistevano. Volevano fargli credere che fossimo loro prigionieri e per questo ci hanno percosso.

Ci hanno poi portato dentro ad una baracca e ci hanno chiesto informazioni. Volevano sapere chi eravamo, da dove venivamo e perché ci trovavamo lì. Una volta fornite tutte le spiegazioni del caso gli inglesi si sono scusati per le percosse che, come avevamo immaginato, dovevano servire a convincere i russi che fossimo prigionieri degli inglesi. Poi ci hanno fatto uscire promettendoci che di lì a poco ci avrebbero fatto salire su un treno per l’Italia.

Forse finalmente la nostra odissea sta per finire davvero. E pensare che in Grecia gli inglesi erano stati i nostri più acerrimi nemici e noi li prendevamo in giro dopo la loro sconfitta. Ed ora sono proprio loro a ridarci la libertà.

Dino

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