19 febbraio 1945

Magdeburgo, 19 febbraio 1944

Sono sempre più numerosi i bombardamenti su Magdeburgo. Ancora il 13 notte (inglesi), il 14 mattina (americani) e domenica 15 febbraio (americani) gli aerei hanno sganciato centinaia di bombe sopra le macerie dei precedenti bombardamenti. Ormai i popolo tedesco è piegato. L’esercito non riesce nemmeno più a difendere i suoi cittadini da questi attacchi. Gli aerei americani compiono le loro missioni in pieno giorno senza più alcun ostacolo. Quando arrivano sono talmente tanti che formano delle nuvole, il cielo rimbomba del suono di centinaia di motori. Ormai è chiaro che la guerra è finita, i nostri alleati hanno avuto la meglio sulla Germania nazista e sui suoi alleati.

Durante i pesanti bombardamenti tra sabato e domenica, le guardie del campo sono scomparse. Così alcuni prigionieri stremati dalla fame hanno trovato il coraggio della disperazione e sono andati fino nelle cucine, dove hanno mangiato tutto quello che hanno trovato. Ma nella frenesia di ingozzarsi di cibo hanno finito per fare indigestione e alcuni di loro sono addirittura morti. La cosa ha molto impressionato gli altri prigionieri, che hanno imparato la terribile lezione.

Questo calvario è alleviato dalla convinzione che più i giorni passano e più è vicina la liberazione. Anche se finora nessuna bomba ha colpito la Polte, la fabbrica in cui lavoro, ogni attacco le macchine si fermano. E’ lampante che così la produzione di armi cala fin quasi a fermarsi.

I prigionieri ridono tra di loro ogni volta che sentono cadere ed esplodere le bombe, ben sapendo che potrebbero essere loro i bersagli. Alcuni lavoratori tedeschi invece non vengono nemmeno più in fabbrica. Altri vengono ma con musi lunghi e vestiti sporchi. Vedendo la distruzione sono disperati e indignati. Ce l’hanno con i nemici ma anche con il loro capo che non vuole arrendersi. Fortunatamente Claretta continua a venire a lavorare e così ci vediamo praticamente tutti i giorni. Anche lei mangia poco ed è dimagrita. Povera ragazza, ogni tanto non si sente bene, dice di avere dei problemi di pressione. Sfido io, con le condizioni di vita che deve affrontare!

Speriamo che tutto finisca presto, dobbiamo rimanere vivi ancora un po’ e forse ce la faremo.

Dino

6 febbraio 1945

Magdeburgo, 6 febbraio 1945

Sono successe tante cose dall’ultima lettera. Cose gravi e importanti.

Dovete sapere che il 14 gennaio novanta bombardieri americani hanno attaccato Magdeburgo lanciando centinaia di bombe nel giro di dieci minuti, dalle 13,10 alle 13,20. Due giorni dopo, il 16 gennaio, è stato ancora peggio. Un raid aereo di dimensioni tali che non potete immaginare. E’ stata una cosa infernale che ha seminato ovunque morte e distruzione. I bombardieri inglesi e americani erano centinaia. Sono stati colpiti gli impianti industriali e le aree residenziali. Più della metà degli edifici è crollato, ma nel centro città nulla è più rimasto in piedi.

Si contano da cinque a seimila morti, più di quindicimila feriti e migliaia di dispersi. Per non contare i senzatetto che sono ormai più duecentomila.

Quel giorno, poco dopo le 7 di sera quando era già buio da un po’, quasi 400 aerei che inizialmente sembrava puntassero su Berlino modificarono la loro rotta verso Magdeburgo. In questo modo non fu chiaro, fino a poco prima dell’inizio del raid aereo, che Magdeburgo fosse il vero obiettivo. Quando le sirene suonarono per avvisare la popolazione, le prime bombe stavano già esplodendo, impedendo in molti casi alle persone che fuggivano di raggiungere la salvezza nei rifugi.

Chi ha assistito al bombardamento uscendone vivo ha raccontato che i primi aerei sganciarono tonnellate di carta stagnola per impedire alla difesa antiaerea di localizzare i bombardieri riflettendo i raggi radio. Subito dopo gli aerei da ricognizione, completamente indisturbati, lanciarono i cosiddetti “Alberi di Natale” ossia bombe leggere al magnesio per illuminare l’area bersaglio dell’attacco. Alle 21,30 iniziò il bombardamento vero e proprio. La prima ondata di attacchi fu portata con mine aeree che hanno squarciato i tetti e le pareti degli edifici con il loro immenso potere esplosivo. In questo modo hanno creato le superfici di attacco per le successive bombe incendiarie, insieme a bombe mine e bombe ad alto esplosivo della seconda ondata. Il terreno, anche nel rifugio dove ero riuscito a entrare fingendomi tedesco, tremava come se ci fosse stato un terremoto a causa della continua detonazione degli ordigni esplosivi. I numerosi incendi hanno sviluppato delle vere e proprie tempeste di fuoco nella città vecchia, soffocando e bruciando migliaia di persone. L’asfalto delle strade è diventato liquido e ha iniziato a bruciare anche lui.

A causa delle violente esplosioni sono state interrotte le linee elettriche e le tubature del gas e dell’acqua. Le strade erano spesso impraticabili per i vigili del fuoco, che erano senza acqua o dovevano attingerla dal fiume Elba.

Per salvare i sepolti e i feriti e recuperare i morti, oltre al personale ausiliario sono stati chiamati i minatori della zona, la Wehrmacht, i prigionieri di guerra e i volontari. Insomma tutti.

E’ stata una cosa terribile. I morti, spesso donne, bambini e anziani, venivano adagiati sui bordi delle strade e davanti alle rovine … Erano posti in bare alla meno peggio. A volte i cadaveri di più persone erano ridotti ad un unico blocco dal fosforo.

L’intero attacco aereo, durato non più di mezz’ora, ha distrutto quasi tutto il centro della città. Decine di migliaia di abitanti rimasti senza casa ma ancora vivi, sono stati evacuati nei villaggi e nelle piccole città dei dintorni o addirittura in altre regioni della Germania centrale con dei treni speciali.

Dal 16 gennaio Magdeburgo non è più una città, la vita da quel giorno è come sospesa. L’organizzazione sta collassando, inizia a mancare di tutto, compreso il cibo. Ovviamente anche la nostra condizione ne ha risentito. Chi è ancora vivo come me si è visto ulteriormente ridurre le razioni, che già prima erano del tutto insufficienti. La riduzione delle razioni riguarda prima di tutto noi ex-IMI, i lavoratori dell’est e i prigionieri sovietici. Ci vengono somministrati surrogati di cui non conosciamo nemmeno la composizione.

La fame che ora attanaglia anche la popolazione tedesca fa sì che siano aumentati gli episodi di sottrazione indebita di cibo da parte del personale della mensa. Inoltre è diventato sempre più raro che ci venga passato di nascosto del cibo. Un supplemento è riservato solo a chi lavora almeno 75 ore a settimana. Noi ex-IMI siamo così denutriti che chi si ammala di polmonite o di diarrea a volte muore nel giro di poche ore. Gli abusi sui prigionieri ebrei e la scarsa igiene causano malattie che non vengono curate perché si pensa che i prigionieri simulino

C’è di nuovo che oggi mi hanno rilasciato un documento di riconoscimento. E’ un libretto sulla cui copertina c’è scritto vorläufiger fremdenpass che in italiano credo significhi più o meno passaporto provvisorio per stranieri. C’è anche un aquila imperiale disegnata mentre regge una corona con all’interno una svastica. Dopo tutto quello che ho dovuto subire mi verrebbe da cancellarla ma vorrebbe dire esporsi alle ritorsioni delle guardie e delle SS, per cui lo farò non appena sarò libero.

All’interno ci sono le mie generalità ed una fotografia in cui non so come ma sono riuscito a sorridere. Guardando ogni tanto questa fotografia non posso fare a meno di notare come sono dimagrito. Negli ultimi mesi di internamento sono arrivato a pesare 42 chili, io che prima ero 75 kg.

Ci sono poi dei timbri che riportano il nome della città dove mi trovo, ossia Magdeburgo, e la mia posizione di IMI. Questo lasciapassare è valido solo in Germania e solo per un anno, ma io spero ardentemente che tra pochi giorni non mi serva più.

Dino.

13 novembre 1944

Magdeburgo, 13 novembre 1944.

Nelle ultime settimane la vita qui è proseguita più o meno come al solito. Con l’avanzare dei mesi le ore di sole (quando c’è) diventano sempre di meno e la temperatura si fa sempre più rigida.

Nel campo femminile ora ci sono quasi 2.500 prigioniere. Queste schiave, perché non c’è altro modo per definirle, lavorano in condizioni terribili su due turni di 12 ore, interrotto solo da una pausa di un’ora. Lavorano a contatto con sostanze chimiche estremamente pericolose, veri e propri veleni, senza nessuna protezione. Lavorano nei diversi reparti dello stabilimento: nella zona di decapaggio, in quella di perforazione e nell’area di laccatura. Altre si occupano della pulizia delle munizioni e della pressatura degli involucri del guscio. Le difficili condizioni di lavoro, soprattutto per la malnutrizione o l’inesperienza, sono la principale causa dei molti incidenti sul lavoro che capitano ogni giorno, alcuni dei quali anche mortali.

Oltre alle difficili condizioni di lavoro e alla malnutrizione, si aggiunge l’inadeguatezza totale dell’abbigliamento. A loro non spetta né biancheria intima né scarpe, per cui devono arrangiarsi come possono. Molte soffrono di disturbi respiratori, alcune di tubercolosi e di malattie della pelle credo causate dalle sostanze chimiche che sono costrette a maneggiare senza protezioni.

Una settimana fa è arrivato anche un convoglio con altri uomini ebrei da Stuttenhof. Questi uomini sono stati richiesti dalla direzione della Polte come operai specializzati per sostituire un distaccamento di prigionieri di guerra. Già prima della partenza da Stutthof sono stati scelti tra gli uomini in salute e in possesso di qualifiche professionali, in modo da poterli subito utilizzare in fabbrica nei vari reparti produttivi. Sono lettoni, lituani, polacchi e tedeschi. In questo momento gli uomini prigionieri sono quindi più di 500, ma tra di loro i morti non sono tanti per il semplice motivo che quando un prigioniero non è più produttivo, perché inabile al lavoro in quanto ammalato o ferito, viene inviato al campo di sterminio di Buchenwald ed immediatamente ucciso e cremato.

Eppure da quello che si vede qui e dalle notizie che circolano, la Germania sta per essere travolta e distrutta dalla guerra che lei stessa ha iniziato e a cui noi italiani ci siamo accodati.

In questa nuova situazione il nostro passaggio da IMI a lavoratori civili ci ha permesso di venire a contatto con molti civili tedeschi. Alcuni ci disprezzano ancora, soprattutto i ragazzi della gioventù hitleriana che sono dei fanatici pericolosi.

Ho conosciuto un signore che come tutti ha paura a manifestare in pubblico quel che pensa veramente, ma siccome di un prigioniero non ha troppo timore, mi ha detto che questa follia non terminerà con una resa, ma si continuerà a combattere perché Hitler sa che la resa sarebbe la fine, sua e del popolo tedesco, con deportazioni di massa nei campi della Siberia. E i vari decreti che vietano ai tedeschi di avere contatti con gli stranieri hanno proprio lo scopo di non smascherare le menzogne della propaganda.

I tedeschi poi hanno paura l’uno dell’altro. Se sono da soli si dichiarano contro Hitler e si lamentano del regime, ma se si trovano insieme allora se ne guardano bene dal dirlo.

Le donne invece, forse in mancanza di uomini giovani, ci riempiono di attenzioni, ad esempio fornendoci di nascosto del cibo. Il solo poter parlare con una ragazza per noi è già un modo per tornare ad una condizione più umana che il lager sembrava avere cancellato per sempre. A complicare queste storie, già di per sé tormentate, ci si mettono anche le famiglie, italiane e tedesche. Esse non vogliono correre il rischio di imparentarsi con quei soldati o con quelle signorine straniere, provenienti da un paese amico poi diventato nemico, accusato dei lutti e delle sofferenze reciproci.

Per quanto mi riguarda, con la ragazza di cui vi ho scritto l’ultima volta ci vediamo quasi tutti i giorni. Purtroppo i suoi genitori non lo sanno perché non vogliono che lei frequenti un italiano, per giunta prigioniero, anche se ormai equiparato ad un civile. Così non ho mai potuto accompagnarla fino a casa sua. Peccato, è una ragazza così cara e gentile.

Chissà, quando finirà questa guerra forse potrà venire con me ad Alpignano. Sono sicuro che conoscendola non potrete che convenire sul fatto che è proprio una brava ragazza.

Ieri era domenica e sono andato con lei a prendere un caffè e a fare una passeggiata. Le ho fatto leggere questa lettera. Lei è preoccupata di quello che diranno i nostri genitori e per la concreta possibilità che ci dovremo separare. La cosa mi ha rattristato molto. Forse ha ragione lei, non ci sono molte speranze, anche perché qui le nostre vite, tra bombardamenti e violenze, sono sempre appese a un filo.

Dino.

15 ottobre 1944

Magdeburgo, 15 ottobre 1944

Mentre continuano i bombardamenti su Magdeburgo e i nostri scavi, si è un po’ allentata la morsa dei controlli su noi italiani che, come avevo già scritto, siamo diventati lavoratori civili e quindi possiamo girare liberamente in città tra un turno di lavoro e l’altro, con l’unico obbligo di rientrare al campo entro le ore 20 perché se no si rischia grosso. Il ritardo è punito con la prigione civile. In compenso si può andare al cinema o al bar e partecipare alle funzioni religiose, ma i vantaggi economici che ci avevano promesso sono subito venuti meno a causa del regime e dell’economia ormai sull’orlo del collasso.

Possiamo vestire abiti civili, ma i tedeschi in genere si rifiutano di fornirci nuovi indumenti. Nonostante abbia pochi indumenti disponibili, cerco sempre di vestirmi con cura. Così capita che, durante gli scavi, troviamo qualche abito ancora utilizzabile, ma bisogna stare attenti perché la Gestapo può fucilare sul posto chi si rende responsabile di saccheggio. Scambiando alcuni abiti recuperati di nascosto sono riuscito a procurarmi un lungo cappotto nero che oltre a tenermi caldo nei mesi invernali mi servirà per nascondere i vestiti di pessima qualità che sono riuscito a trovare, così do meno nell’occhio, anche perché ormai parlo abbastanza bene il tedesco.

Il fatto di poter circolare liberamente dalle 6 alle 18 quando si fanno i turni di notte, e dalle 18 alle 20 quando si fanno i turni di giorno, consente di avere più contatti con quella parte di popolazione che ci è meno ostile. Soprattutto le ragazze e le donne, visto che la gran parte degli uomini dai 16 ai 60 anni è partita per il fronte e molti non torneranno più.

Tuttavia i nazisti, ben consapevoli che tra le donne tedesche ed i prigionieri possono esserci contatti, hanno emesso un’ordinanza con cui vengono vietati tutti i rapporti tra lavoratori civili italiani e donne tedesche. La violazione comporta come minimo l’invio ai campi di rieducazione lavorativa, o almeno così ci hanno detto quando siamo stati ammoniti sui gravi rischi cui potremmo andare incontro. Ma le minacce non fermano né noi né loro. Ho conosciuto diverse ragazze tedesche sul lavoro, tra le quali una in particolare è molto carina e gentile. Si chiama Josefine di nome e Klara di cognome, ma io l’ho subito ribattezzata Claretta, un po’ per gioco e un po’ per parlarne liberamente senza che qualcuno possa identificarla.

Un giorno mentre facevo il mio solito lavoro di carico e trasporto delle cassette di munizioni l’ho vista da lontano, le ho sorriso e le ho fatto un cenno con la mano. Anche lei ha sorriso e mi ha risposto timidamente. Così, finito il turno alle 18, l’ho aspettata davanti al portone della fabbrica. Abbiamo chiacchierato un po’ lungo la strada che porta a casa sua. Lei sapeva già che guido un muletto elettrico per trasportare le munizioni preparate dagli operai al deposito. Ha 19 anni e lavora negli uffici della Polte dall’agosto del 1943.

Da allora ci siamo visti quasi tutti i giorni all’uscita dal lavoro. L’accompagno, camminiamo e parliamo mentre lei torna a casa, dove vive con i genitori, in Olvenstedter Scheid 6 a poco più di tre chilometri dalla fabbrica e dal campo. I miei compagni ritirano la cena per me, ma devo sbrigarmi a tornare e stare attento a non rientrare dopo le 20 perché a quell’ora il campo viene chiuso.

Invece i prigionieri ebrei mandati da Buchenwald continuano ad essere sorvegliati a vista dalle SS.

Dino

30 settembre 1944

Magdeburgo, 30 settembre 1944

Con oggi finisce un altro mese e sono ormai quattro anni e mezzo che sono partito soldato. Allora avevo da poco compiuto vent’anni e ora ne ho quasi venticinque.

La mia giovinezza se ne sta andando e non so se e quando tornerò a casa dai miei cari. Anzi non so nemmeno se siano ancora vivi e in salute.

In quest’ultimo mese ci sono stati tre grandi bombardamenti, l’11, il 12 ed il 28, tutti verso mezzogiorno. Il più devastante dei tre è stato l’ultimo, quando 400 aerei americani hanno colpito soprattutto il centro della città. Molte chiese sono state distrutte, compresa la Cattedrale, così come sono stati distrutti il municipio, il teatro centrale e l’ospedale della città vecchia. I morti si contano ogni volta a centinaia. Ormai la popolazione ha capito che i nemici stanno avendo la meglio e la resa è solo questione di tempo. Molti cercano di fuggire dalla città per trovare rifugio nelle campagne, soprattutto donne e vecchi.

Da noi molti prigionieri si sono ammalati di tifo, una malattia portata dai pidocchi che ci infestano i vestiti, per cui siamo stati messi tutti in quarantena per dieci giorni. Come vi avevo già detto l’ultima volta, ammalarsi qui è sempre un grosso rischio. Per questo è piuttosto raro che chi si ammali marchi visita per essere visitato dal medico del campo. E’ infatti opinione comune che marcare visita sia un rischio, un grave rischio: è come fare suonare una sirena d’allarme nei nostri confronti. E’ come dire che si è sulla strada per diventare inabili, improduttivi, anche se solo temporaneamente. Infatti se il medico decreta il ricovero al Lazareth, per noi prigionieri significa entrare nell’anticamera della morte, perché dal Lazareth al campo di sterminio di Buckenwald il passo è breve. Già, perché il campo della Polte ora è un sottocampo di Buckenwald. E’ per questo motivo che quando è capitato a me, mi sono ben guardato dal farmi visitare, anche perché come sapete non siamo tutelati neppure della Croce Rossa: nessuno è mai venuto a vedere come stiamo.

Per farla breve, avevo un braccio tutto gonfio, la mano era blu, avevo il sangue avvelenato perché ci danno da mangiare solo quelle maledette rape. Per non finire nelle docce di Buckenwald, anziché andare in infermeria sono tornato nella mia baracca. Lì c’era un prigioniero che, non so come, teneva nascosto una specie di coltello. Lo ha sterilizzato sulla fiamma e mi ha fatto un taglio: è schizzato fuori più di mezzo litro di pus giallo. E meno male, perché altrimenti sarei finito alle docce. E comunque non era la prima volta né probabilmente l’ultima che mi capita.

Oltre al tifo di cui vi ho parlato, i prigionieri soffrono di molte malattie causate dalla scarsità e dallo schifo del cibo che ci rifilano. Il cibo è sempre il principale argomento di discussione. Dopo 12 ore di duro lavoro un pasto insufficiente e un ambiente sempre opprimente ci rendono ogni giorno più deboli nel fisico e nel morale. Ognuno cerca il modo di trovare qualcosa in più da mangiare. E poi mancano le posate, attrezzi molto ricercati, tanto che alcuni prigionieri ebrei si sono ingegnati a produrli partendo da scarti metallici della fabbrica, per poi scambiarli con un po’ di pane o di margarina, oppure con una fetta di salame o porzioni di cibo della razione quotidiana.

Sul documento di identità rilasciatomi per essere riconosciuto, c’è una svastica che vorrei cancellare ma non posso perché rischierei una punizione. Sopra la svastica c’è la scritta “Schwerarbeit”, lavoro pesante, per indicare la condanna ai lavori forzati. Questa tessera però mi consente di passare da un reparto all’altro del campo, senza pericolo di venire ucciso a fucilate; la porto sempre addosso, appiccicata bene in vista, in modo da essere riconosciuto subito dalle S.S. che mi sorvegliano. Ho anche una tessera annonaria, che mi danno ogni settimana, su cui sono stampati dei numeri e che mi serve per mangiare. Si mangia solo al mattino, “fruh e mittag”, colazione e pranzo insieme. Il pasto consiste sempre in un piatto di rape. La gamella di rape è il solo pasto che ci danno per tutto il giorno. Più un pezzetto di pane alla settimana da dividere in tre.

Lavoro sempre 12 ore al giorno, a turni alternati: una settimana dalle 6 alle 18 e quella successiva dalle 18 alle 6, sollevando casse di 90 kg. Un sabato su due lavoro dalle 18 fino al mezzogiorno della domenica, cioè 18 ore filate. La settimana successiva in compenso stacco alle 18 del venerdì sera e il sabato ci lasciano liberi di uscire dal campo.

La domenica invece, dalle 6 in poi o fino alle 18 a seconda dei turni, è giorno di libertà. Gli ebrei, a cui è vietato uscire dal campo, lavorano invece nelle baracche, anche riparando abiti con gli attrezzi da loro stessi costruiti.

Ieri le donne ebree non si sono viste in fabbrica per tutta la giornata. Gli altri prigionieri sono stati presi dal panico, immaginando chissà quale possibile causa le avesse bloccate. Tutti si chiedevano se fossero state maltrattate, ferite o, peggio, uccise. Tornando alle baracche ci è sembrato tutto in ordine. Solo più tardi abbiamo scoperto la crudele ragione: le guardie e le SS del loro campo le avevano obbligate ad assistere all’impiccagione di una giovane donna ucraina accusata di sabotaggio. Pur essendo un campo di lavori forzati anche qui aleggia costantemente la morte, non è sbagliato considerarlo un luogo in cui i prigionieri vengono sterminati.

Tutti i prigionieri vengono ancora maltrattati brutalmente per cause futili, sovente senza un minimo motivo, fino al punto di perdere i sensi. Le punizioni corporali sono all’ordine del giorno, i cani vengono aizzati contro i prigionieri e alla minima occasione viene minacciata la fucilazione immediata.

Chi è troppo debole per lavorare, a causa del trattamento brutale, del duro lavoro e delle razioni da fame assegnate, viene rispedito al campo di sterminio e viene sostituito da altri più in salute.

Se poi c’è stato un bombardamento allora il giorno dopo vengono dei civili tedeschi che cercano della manodopera gratuita. Allora ci mettono in fila, ci guardano in bocca come se fossimo animali per vedere se abbiamo i denti sani, poi esaminano ogni nostro muscolo. Si vede che hanno bisogno di gente che abbia forza. Ci fanno delle domande in tedesco per vedere se lo capiamo e se rispondiamo. Molti di questi civili sono tremendi, ci trattano come schiavi. Alcuni prigionieri mi hanno raccontato di essere andati a riparare le fogne e dovevano lavorare nei liquami. Anche fra i tedeschi però ci sono brave persone che non c’entrano nulla con i pazzi che li comandano.

A volte, mentre riporto indietro le cassette di munizioni vuote perché le ricarichino, ci trovo dentro una fettina di pane. Da noi viene sovente un civile buono, che mi ha preso in simpatia e la domenica a volte mi porta con lui, dopo i bombardamenti su Magdeburgo, a scavare fra le macerie per estrarre i cadaveri. Quando esco con lui per andare a scavare nelle macerie, mi danno un documento di identità speciale, perché sanno che siamo affamati e cerchiamo fra le macerie qualcosa da mangiare, ma se ci scoprono ci fucilano sul posto.

Una volta questo signore, rischiando lui stesso la fucilazione, mi ha portato a mangiare a casa sua, dove ho conosciuto la moglie. Ci ha fatto da mangiare quel che aveva, povera donna! Mi vogliono bene perché dicono che gli ricordo loro figlio morto in guerra.

Un’altra volta io ed un mio amico, scavando tra le macerie, ci siamo trovati al buio. Ho cominciato a toccare intorno a me per vedere se trovavo qualcosa di mangiabile. Ho trovato dei biscotti e ho incominciato a mangiare… ma non sapevo che anche il mio compagno fosse lì. Quando ho sentito dei rumori mi sono spaventato…pensavo fossero le guardie…era invece il mio amico che mangiava biscotti anche lui, spaventato a sua volta come me. Ci eravamo già visti al muro. Probabilmente sotto le macerie c’era un negozio. Quella volta siamo tornati al campo belli pieni. Come vedete, qualche volta ci è andata anche bene!

Vostro Dino

4 settembre 1944

Magdeburgo, 4 settembre 1944

E’ ufficiale! Da oggi noi italiani non siamo più IMI ma lavoratori civili, per sfruttare ancora di più il nostro lavoro in vista della guerra totale dichiarata da Hitler il 25 luglio. Siamo stati formalmente dismessi dagli Stalag per essere considerati lavoratori civili liberi. Liberi un corno! In realtà siamo come dei condannati ai lavori forzati con l’etichetta ipocrita di lavoratore volontario. Se fossimo davvero liberi e volontari ce ne torneremmo subito tutti quanti a casa, mentre invece siamo qui, nell’impossibilità di muoverci se non negli orari e nei giorni in cui ci è concesso, ma sempre all’interno dei confini della città.

Evidentemente in Italia non ci sono più persone disposte a venire a lavorare per i tedeschi come dopo l’8 settembre, se Hitler ha convinto Mussolini a smilitarizzarci d’autorità dalla RSI. Il nostro cambiamento di stato serve anche a mascherare il carattere coercitivo dell’impiego di noi militari italiani. Volenti o nolenti siamo stati assimilati ai lavoratori civili stranieri. Fino a ieri occorreva firmare un modulo di accettazione cui conseguiva il certificato di rilascio. Poiché molti si sono rifiutati di firmare, nel timore di essere richiamati alle armi oltre all’avversione nei confronti dei nazisti per tutte le violenze e i soprusi subiti, da oggi la trasformazione è stata fatta d’autorità.

Sarà anche cambiato il nostro stato però nulla è cambiato per quanto riguarda il vitto, l’alloggio e le condizioni di vita. Per il momento c’è stato solo un leggero allentamento del rigido sistema disciplinare, ma la settimana lavorativa resta di 72 ore su sei giorni. Anche il salario è aumentato un po’, ma rimane comunque basso. Come vi avevo anticipato invece del Lagergeld, moneta spendibile solo nel campo e di scarso valore, ora riceviamo dei marchi per soddisfare meglio i bisogni essenziali.

Inoltre ci hanno detto che non saremo più soggetti alla giurisdizione militare ma a quella civile, quindi la Gestapo interverrà solo per i delitti più gravi. Anche le angherie e le vessazioni dovrebbero diminuire. La sorveglianza sul campo in effetti sembra essere diventata meno stretta, sicché la libertà di movimento ne ha tratto beneficio. Al termine del lavoro, ad eccezione dei prigionieri ebrei, ci si può trattenere in città fino al coprifuoco, ma naturalmente bisogna rientrare nel campo entro le 20. Però la nostra presenza per le vie della città non è vista di buon occhio dalla popolazione.

Pur se ci hanno passato borghesi, anche contro la nostra volontà, è comunque rimasta la facoltà delle aziende di stabilire se continuare il lavoro durante gli allarmi aerei, considerando incidenti sul lavoro gli eventuali danni fisici o le morti! Roba da matti.

Del resto gli incidenti sul lavoro in generale sono sempre stati tanti qui alla Polte. Un po’ per le difficoltà di comprensione della lingua e un po’ per il vestiario inadeguato. Ma anche per la carente formazione professionale, il diffuso sfinimento fisico, la mancanza di protezioni adeguate. Senza contare che vengono considerati incidenti sul lavoro anche i maltrattamenti fisici.

Dovete sapere che in caso di infortunio l’assistenza prestata agli IMI è sempre stata a dir poco inadeguata, a causa delle accuse di tradimento che ci vengono mosse. Molte volte, come vi avevo già scritto, è meglio non far sapere che si è feriti o ammalati, perché si rischia di essere inviati al campo di sterminio di Buckenwald.

In particolare le sorveglianti del campo femminile sono tremende, maltrattano e minacciano le detenute, il cui lavoro è difficile e molto dannoso per la salute. Anche le donne lavorano in turni di 12 ore, solo alcune sono impegnate nella cucina del campo. Ogni volta che muore una prigioniera viene subito sostituita da un’altra proveniente da Buchenwald. Eppure si ritengono fortunate ad essere qui perché a Buckenwald hanno visto l’orrore inimmaginabile. Quello, così dicono, non è un campo di concentramento né un campo di lavori forzati, ma un vero e proprio campo di eliminazione. Uomini, donne e bambini vengono avviati a morte immediata se non abili al lavoro.

In compenso dopo i continui bombardamenti continuiamo ad essere utilizzati come forza lavoro per sgomberare le macerie e seppellire i morti. Ogni casa in cui sono presenti dei morti è contrassegnata con una croce bianca sul muro. La città è piena di croci bianche. Il problema è che quasi nessun italiano parla tedesco, quindi io che lo capisco sono sempre chiamato per scavare.

Dino

1 settembre 1944

Magdeburgo 1 settembre 1944

Tra una settimana sarà già un anno che ho perso la libertà nella lontana Tripolis. Ieri si è chiuso un altro mese di prigionia durante il quale la città di Magdeburgo ha subito numerosi bombardamenti. Mi ricordo bene quello del 5 agosto, quando a mezzogiorno il cielo si è oscurato per il passaggio di quasi 200 bombardieri americani. Ci sono dei prigionieri che riescono a contare con precisione minuta il numero degli aerei che passano sulle nostre teste.

Ormai gli americani, gli inglesi e i russi attaccano in pieno giorno, segno indubitabile che le difese antiaeree tedesche sono state del tutto annientate.

Le bombe quella volta non hanno colpito solo diverse fabbriche, ma anche delle aree residenziali. Ci sono stati più di 700 morti ed un migliaio di feriti. Molti di più coloro che sono rimasti senza casa, si dice siano stati ben più di diecimila.

Ma quello del 5 agosto non è stato l’unico bombardamento. Uno simile si è avuto il 16 agosto con gravi distruzioni in tutta la Neustadt. Anche in questo caso ci sono stati morti e feriti. C’è chi gioisce per questo, anche se ogni volta si rischia la vita. C’è chi si rivolge agli aerei supplicandoli di lanciare caramelle sulle teste dei tedeschi, preferendo morire piuttosto che rimanere prigioniero un giorno di più. A me invece tutta questa distruzione mette paura e tristezza, perché anche tra i tedeschi ci sono tante persone buone, solo che in questi anni hanno vissuto nel terrore di essere puniti severamente se non si fossero dimostrati fedeli alle idee naziste. Poco alla volta stanno comprendendo il grande inganno che hanno vissuto, come noi del resto. Un folle sogno di grandezza che sta finendo in una catastrofe da cui sarà difficile risollevarsi.

Nel frattempo sta andando avanti il tentativo di farci passare da internati a lavoratori civili, il che vuol dire che non saremo più sottoposti al controllo diretto della Wehrmacht sul lavoro. Come tutti gli altri lavoratori civili, anche noi, italiani e francesi, dovremo essere registrati alla polizia, alla previdenza sociale, alla mutua e all’anagrafe. O almeno così ci hanno detto, anche perché finora ci siamo opposti al passaggio dallo stato militare a quello civile, perché abbiamo timore di venire poi reclutati nell’esercito tedesco o di perdere il diritto al soldo.

Se a ciò si aggiungono i mesi di oltraggiosi trattamenti riservatici dagli aguzzini tedeschi, la fame e le pessime condizioni igieniche non credete che i nostri dubbi siano fondati? Per convincerci ci è stato assicurato che una volta civili avremo un miglioramento delle condizioni di vita, con meno controlli e maggior libertà di movimento.

Un altro incentivo promesso è di corrisponderci il salario non più con la moneta del campo che non vale niente ma con marchi tedeschi. Se così fosse si potrebbe comperare qualcosa, anche se poco, il che è sempre meglio che niente. Ma chi si fida più? Abbiamo visto cosa è successo quando Badoglio firmò l’armistizio: i tedeschi ci catturarono con la promessa di rimandarci a casa. E invece tutti noi che rifiutammo di continuare a combattere per il Reich fummo fatti prigionieri.

Fra la popolazione civile, sono le donne che più di frequente simpatizzano con i prigionieri italiani, anche se per noi è severamente proibito avvicinarci a donne e ragazze tedesche in base all’art. 81 del Codice Militare del 1940. Una disobbedienza del genere può essere punita con la prigione fino a 10 anni e in casi gravi con l’ergastolo o addirittura con la pena di morte!

Ne ho conosciute diverse a causa del mio lavoro, e con loro ho scambiato solo alcune parole in tedesco. Alcune son gentili e simpatiche, e se possono ci fanno avere del cibo di nascosto, a volte anche nelle cassette delle munizioni che trasporto.

Concludo queste righe con un’altra notizia molto triste che è arrivata solo oggi. Si è saputo che nel campo di concentramento di Buckenwald è morta la Principessa Mafalda di Savoia, fatta prigioniera anche se cittadina tedesca e moglie di un ufficiale tedesco. Quanti lutti, quanta sofferenza in questo tempo che sembra non finire più.

Dino

25 agosto 1944

Arbeitsskommando Polte-Magdeburg, 25 agosto 1944

Carissimi,

anche in questi frangenti drammatici capita di assistere ad azioni che rivelano una profonda umanità. Ci sono sempre più di frequente degli episodi di solidarietà da parte di alcuni cittadini tedeschi che, anche rischiando punizioni, trovano il coraggio di farci avere un po’ di cibo quando usciamo dal campo per andare a scavare tra le rovine causate dai bombardamenti.

Ma ci sono anche altri motivi che contribuiscono a rendere la vita meno triste. Diverse donne tedesche che lavorano insieme a noi prigionieri, hanno stabilito dei rapporti di amicizia se non proprio dei legami amorosi.

E non crediate che siano tutte rose e fiori. Fin dal gennaio 1944 è stato vietato alle lavoratrici tedesche di intrattenere qualsiasi tipo di rapporto con i prigionieri, pena sanzioni pubbliche e finanche l’arresto. Per le donne tedesche le pene dipendono da quanto dura la relazione, dall’età e dal fatto che siano sposate o no. Le pene più gravi riguardano le donne sposate, anche se del marito non hanno più notizie da anni, e quelle che hanno preso l’iniziativa. Le pene detentive sono invece più lievi per le donne molto giovani che accettano la corte dei prigionieri, o a cui sono solo state indirizzati dei messaggi d’amore. Va anche detto che alle donne vengono applicate pene più severe rispetto agli uomini tedeschi che intrattengono rapporti con le prigioniere. Va anche detto che i contatti verboten possono verificarsi durante il lavoro ma in genere sono più facili una volta usciti dalla fabbrica.

Va detto che le donne non solo ci trattano meglio degli uomini, ma si dimostrano anche molto disponibili a fornire un po’ di cibo, anche se in maniera saltuaria, soprattutto a noi italiani. Ma non si può andare oltre, se non a proprio rischio e pericolo, come dimostra il fatto che in fabbrica sia stato appeso un avviso scritto anche in italiano, che ammonisce a non avvicinare le donne tedesche. In caso contrario si rischiano fino a 5 anni di carcere se viene scoperto che un prigioniero italiano ha avuto un rapporto con una donna tedesca. Se poi lei dovesse rimanere incinta si rischia addirittura la pena di morte.

Per quanto riguarda invece la nostra situazione, da un paio di settimane sembra che ci siano stati dei cambiamenti. Il führer, d’accordo con Mussolini, ha ordinato che gli internati militari italiani debbano ora essere considerati come dei lavoratori civili, formalmente liberi.

Questa trasformazione ha reso più facile avere dei contatti con la popolazione, forse per le sempre più disperate condizioni di vita e per il sentore che la fine sia ormai vicina. Una situazione molto diversa dagli inizi della prigionia, quando molti tedeschi ci trattavano male, ci insultavano, desiderosi di vendetta attraverso umiliazioni continue nei nostri confronti.

Ora invece nel fine settimana possiamo riunirci e non è raro che alcune famiglie ci chiedano aiuto per riparare le case bombardate o rimuovere le macerie o altro ancora. Queste persone sono meno cattive rispetto ai tedeschi che ci controllano nella fabbrica e quando possono ci offrono un po’ del poco cibo di cui dispongono ancora.

Ma il divieto di avere contatti con i tedeschi non è uguale per tutti, dipende dallo status di ognuno di noi. Il divieto è rimasto per gli ebrei, per i cittadini dell’est e per i prigionieri di guerra, ma per i cittadini dell’ovest no.

Dicono che il passaggio a lavoratori civili ci permetterà di poter indossare abiti civili, sciarpe e cravatte. Per quanto mi riguarda oggi mi hanno consegnato un nuovo lasciapassare, con tanto di data, timbro e firma, che mi consente di muovermi per tutta la fabbrica e anche fuori dal campo quando non lavoro. Sopra c’è scritto che sono stato riconosciuto come lavoratore civile. Sarà proprio così?

Intanto continuano i bombardamenti quasi ogni giorno.

Vostro Dino

14 agosto 1944

Krieggefangenenpost
An Sig. Ferrero Luigi
Empfangsort: Alpignano
Strasse: Via G. Marconi 34
Kreis: ITALIA
Landesteil: Torino

Gebuhrenfreil

Absender:
Vor- una Zuname: Ferrero Dino
Gefangenennummer: 136693
Lager-Bezeichnung: M.-Stammlager XI A = 544/51
Deutschland (Allemagne)

(manca la prima parte) giorni a scrivere, perché la settimana (manca un’altra parte) le lettere. Oggi mi hanno dato il foglio, e mi affretto a darvi mie buone nuove. In questo lasso di tempo ho avuto diverse vostre lettere della C.R.I. e risposte alle mie. Ho avuto anche lettere dalla Sig. Mary e Clara1, nonché da un certo Serg. Bosio Luigi che non conosco, ma che mi ha fatto tanto felice dicendomi di voi, e della mia casetta lontana. Non ho, per il momento, possibilità di rispondergli e vi prego di dirgli, o scrivergli, che sono riconoscente di tutto quello che ha voluto dirmi, e che desidero, quando ne avrò possibilità, di conoscerlo. Ho avuto il 3° pacco, e la maglia mia, e calze. Ve ne avevo già data comunicazione. Ho saputo che è stata da voi la sorella della Sig. Clara, e che è stata felice di stare con voi. La cosa però che non sapevo, e che però mi ha fatto piacere sapere, è quella dell’anniversario (25°) di papà e mamma, e del regalo delle tanto care sorelline, che tanto gentilmente pensando, hanno offerto in nome mio. Ringrazio pure per il regalo pasquale, e invio in dono, per il momento, tanti bacioni cari, e auguri a papà e mamma, di eterna felicità, soprattutto per merito dei loro figli, e di Dino soprattutto. Quando mi farete il pacco, guardate se potete mandarmi una vostra fotografia, altri hanno ricevuto, ed è concesso (si dice).

Se potete, pure, un po’ di salsa di pomodoro, e pasta, se costa meno del cioccolato e farine, o se no anche farina di polenta o riso (sacchetti di tela). Lo zio Peppino2 non ha in farmacia del latte in polvere Nestlé o dell’Ovomaltina? Con tanti saluti cari ed auguri, vi bacia tanto

Dino

1 Amiche delle sorelle Silvana e Wally
2 Giuseppe Ferrero zio di Dino e fratello di Luigi, papà di Dino

25 luglio 1944

Arbeitsskommando Polte-Magdeburg, 25 luglio 1944

Carissimi,

Come avrete avuto modo di sapere, il 20 luglio c’è stato un attentato alla vita di Hitler. Ecco perché da alcuni giorni i tedeschi sono così cupi, come mai li avevo visti prima, nemmeno dopo la liberazione di Roma il 5 giugno da parte degli alleati o dopo lo sbarco in Normandia del 6 giugno. Alcuni ci guardano con occhi biechi e sospettosi, come se volessero cogliere dentro di noi un segno di gioia per sfogare la loro rabbia sulle nostre schiene. Ma noi ce ne guardiamo bene e nascondiamo la gioia e l’esultanza che conserviamo per quando siamo soli tra di noi prigionieri.

Dall’altra parte, soprattutto tra le guardie, sembra che la sfiducia cresca ogni giorno. E ne hanno ben donde! Dopo i sogni di gloria le stanno buscando dai russi a Est e dagli americani ad Ovest. E adesso anche il loro beneamato fuhrer non può più fidarsi nemmeno di chi gli sta vicino. Se a tutto questo aggiungete i continui bombardamenti delle città ormai indifese, capite bene che l’umore non sia dei migliori, anzi è ogni giorno più basso.

Così il loro pessimo umore va di pari passo con la nostra gioia. Sembra proprio che la guerra stia volgendo verso una conclusione che solo un anno fa sembrava impossibile. Le armate naziste stanno capitolando su tutti i fronti.

In questa situazione drammatica pare che il fuhrer, che in cuor suo vorrebbe vederci tutti morti e stecchiti, abbia invece un bisogno disperato delle nostre braccia per produrre armi e per sgomberare le macerie di case e palazzi dopo ogni bombardamento. Così sembra proprio che voglia di nuovo cambiare il nostro status da ‘internati militari’ a ‘lavoratori civili’, al fine di migliorare le nostre condizioni di vita (così dicono) e, di conseguenza, le nostre prestazioni lavorative.

Chi invece continua a soffrire le violenze e le sopraffazioni delle SS e delle guardie sono soprattutto i prigionieri ebrei, uomini e donne, che svolgono compiti non specialistici. Quando un detenuto osa resistere, o peggio ancora, difendersi dagli attacchi brutali delle guardie, viene percosso duramente. Nei casi considerati più gravi, come il sabotaggio, si può addirittura arrivare all’impiccagione pubblica nel campo.

Sono stato testimone oculare di un evento simile. Tra l’ingresso principale dello stabilimento e quello del campo di prigionia, posti uno di fronte all’altro in Poltestrasse è stata eretta una forca, ben in vista, per costringerci ad assistere all’esecuzione di un nostro compagno. Arrivando ho sentito il grido disperato di tante prigioniere. Il condannato era un ragazzino che avevo visto lavorare fino allo sfinimento nella fabbrica. Era addetto, come le donne e i vecchi, a costruire le munizioni. Lo avevano trovato addormentato, in piedi, accanto alla macchina a cui lavorava. Faceva anche lui 12 ore al giorno, era russo. Un “affarino” che non avrà avuto più di undici anni e che distrutto dalla fatica si era addormentato sul lavoro. Tanto è bastato per impiccarlo! Del resto se non tornava più utile da vivo, le SS hanno cercato di usarne la morte per terrorizzarci. Non ce la facciamo più a sopportare la crudeltà disumana dei nostri carcerieri. Il nostro è un campo di lavori forzati, ma gli internati si decimano da soli: ne muoiono tutti i giorni per incidenti, malattie, malnutrizione, violenze. Oltre alle impiccagioni.

Era un bambino. Lo hanno impiccato davanti a tutti. Tanti piangevano. Io avevo il cuore gonfio di pena. Come si può essere così?

Vostro Dino