19 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Pescantina, 19 luglio 1945

Siamo in Italia! Pare impossibile ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Ci troviamo in una piccola stazione che si chiama Balconi, dove in mezzo al nulla è stato tirato su un campo della Croce Rossa e dove dal nulla le donne del paese qui vicino, che si chiama Pescantina, hanno per prime organizzato l’assistenza agli ex prigionieri provenienti dal nord Europa. Queste ragazze e donne sono ammirevoli, si prodigano in mille modi per procurarci cibo, bevande, vestiti puliti e scarpe.

Eppure gli ultimi dieci giorni sono stati un’altalena di emozioni contrastanti. Di speranze e di illusioni.

Il 9 luglio, quando ci consegnammo ai militari inglesi, ci fu subito un grosso problema da risolvere. Ci trovavamo in un enclave russa e gli inglesi non avrebbero potuto portare con sé dei prigionieri, ma consegnarli alle truppe sovietiche. Ciò nonostante ci accompagnarono vicino al confine della zona russa e poi ce la dovemmo sbrigare da soli.

Passammo il confine verso mezzogiorno grazie all’aiuto di un uomo che vendeva ciliege per la strada. Riuscimmo a convincerlo solo grazie ai sigari che ci avevano regalato i soldati inglesi.

Usciti definitivamente dalla zona orientale sotto controllo sovietico, ho raggiunto la casa di Lydia, ma lei non c’era. Ho quindi preso il treno per Schoningen dove mi hanno detto che l’avrei trovata.

Così è stato. Lei arrivava da Brauschweig. Abbiamo pernottato a Schoningen. Il mattino dopo, 10 di luglio, siamo ripartiti entrambi per Braunschweig alle 6,40. Erano due giorni che né io né lei mangiavamo alcunché. Lei disponeva solo di poco pane che era riuscita letteralmente a strappare al lager.

L’11 luglio, dopo varie esitazioni, Lydia è riuscita a trovare un treno per Peine. Vado al lager. Leggono il nome di 1500 partenti ma io non ci sono. Tuttavia sono incluso perché all’appello molti non rispondono, chissà dove sono finiti…

Il 12 luglio finalmente salgo sulla tradotta. Siamo tantissimi, stipati su carri bestiame, con la differenza che rispetto al viaggio di andata le porte sono aperte. Su un carro c’è un’orchestrina che suona per tutto il tempo una sola canzone americana, un boogie woogie. Da quanto tempo non sentivamo questa musica.

Dopo sei giorni di viaggio, in cui ho incontrato Lydia ad Altenhausen e Hanau, siamo arrivati a qualche chilometro da Innsbruck. Non ci fermiamo ma si riparte.

Il 19 luglio arriviamo in Italia dove per prima cosa, una volta scesi dal treno, ci sottopongono a disinfestazione. Poi ci danno un pane da dividere in 17 ed una zuppa.

Siamo fermi alla stazione di Balconi, a due chilometri dal paese di Pescantina. Quando siamo arrivati gli altoparlanti hanno iniziato a diffondere la note di una canzone: Mamma son tanto felice. L’agognato ritorno in patria, la consapevolezza di avere la fortuna di essere ancora vivi, le note della canzone hanno avuto un effetto terribile su noi tutti. Molti si sono messi a piangere a dirotto per la commozione. E poi le ragazze e le donne del posto che si fanno in quattro per noi per cercare qualche vestito o un paio di scarpe. E finalmente sentiamo parlare la nostra lingua, i nostri dialetti. Siamo finalmente a casa. Malridotti ma a casa nostra.

Dino

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