25 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alpignano, 25 luglio 1945 san Giacomo

Ieri uscendo dal distretto ho visto passare uno di quelli che al lager avevano disonorato il giuramento di fedeltà al Re, perché aveva firmato l’adesione all’esercito repubblichino. L’ho chiamato ma non si è fermato. Ho poi saputo che dopo alcuni mesi di addestramento in Germania è rientrato in Italia, ha disertato, ha fatto qualche mese in montagna come partigiano e adesso è considerato un eroe. Proprio lui che aveva lasciato i suoi camerati a morire di fame, malattie e stenti! Sono arrabbiato.

Anche perché questa mattina all’alba sono tornato alla stazione ferroviaria di Porta Nuova e, tra la gente che la affollava, ho trovato un altro tipo che frequentava la stessa scuola per geometri che frequentavo io. Me lo ricordo bene, era un buono a nulla, uno scansafatiche. Ora invece indossa abiti da gagà, ha un orologio d’oro al polso. Mi ha raccontato di come durante la guerra ha fatto fortuna con i commerci, con amici e con nemici. Io gli racconto in breve la mia storia. “Poveretto” dice, ma i suoi occhi dicono “povero fesso”. Forse ha ragione lui, le cose non sono andate per niente come ci avevano promesso e come avevamo immaginato e sperato.

Io, come tutti quelli che stanno tornando solo adesso dalla prigionia, sono sporco e lacero. Pesavo 70 chili e ora arrivo a malapena a 42. Le persone che incrocio mi guardano con fastidio, se non con disprezzo. Molti di loro hanno sofferto per le privazioni della guerra, per i bombardamenti, per la guerra civile, ma nessuno di loro può lontanamente immaginare da quale inferno sto ritornando. Non mi importa, né del resto importa a loro. L’unica cosa che conta è tornare al più presto a casa, riabbracciare i miei cari e sincerarmi che stiano bene.

Non ci sono treni, la linea è interrotta, per cui ripiego sul “trenino” che porta a Rivoli, per poi incamminarmi a piedi verso Alpignano, verso casa.

Sul “trenino” trovo Borgialli, un mio caro amico che abita a Torino in piazza Benefica ma lavora alla Philips di Alpignano. Oggi però non andrà in fabbrica perché è San Giacomo, patrono di Alpignano, e sta andando a trovare la sua fidanzata. Come mi riconosce mi abbraccia e mi fa mille feste. Dice che ormai quasi nessuno ad Alpignano sperava più nel mio ritorno. Il mio caro papà, mi spiega, è diventato taciturno e ombroso. Povero il mio dolce papalino.

Arriviamo a Rivoli e poi, in un attimo, a piedi fino ad Alpignano. Il mio amico, vedendo in che stato sono ridotto, si offre di portare ai miei genitori la notizia del mio ritorno, in modo da evitare loro lo spavento nel vedermi arrivare così male in arnese.

Così, anziché andare verso la casa della sua fidanzata, svolta in via Principe Umberto (diventata nel frattempo via Marconi) e arriva fino al numero 28 (diventato 34). Suona il campanello e da lontano, senza farmi notare, vedo mio padre che gli apre il cancello. Senza tanti giri di parole sento Borgialli pronunciare ad alta voce: “Signor Ferrero, Dino è tornato, Dino è tornato!” Inaspettatamente per tutta risposta riceve da mio padre una sberla e un perentorio ammonimento “Non permetterti mai più di scherzare su queste cose”.

Ma signor Ferrero, Dino è tornato davvero!” ripete massaggiandosi la guancia.

Non è stata una buona idea. A quel punto mi avvicino in tutta fretta verso casa, dove il mio caro papà prima stenta a riconoscermi e poi non riesce a trattenere le lacrime. Quanto deve aver sofferto. Sono quattro anni che non ci vediamo e io so di essere irriconoscibile. Arrivano anche mia madre e le mie amate sorelline, ormai diventate grandi. La notizia si sparge in fretta tra amici e conoscenti, mentre i miei familiari mi fanno spogliare in giardino e accendono un falò con quel che era rimasto dei miei vestiti cenciosi. Poi mi lavo e mi rado rendendomi un po’ più presentabile.

Finalmente a casa. Finalmente è finita la guerra, è finito l’incubo. Ora sono tra i miei cari che non riescono a credere ai loro occhi. Sembra impossibile, di nuovo a casa! Di nuovo il mio letto e la cucina con la radio acquistata in mia assenza. E poi gli amici e le amiche che vengono a trovarmi, anche loro increduli.

Ripensando ai tanti poveretti che sono morti in questi anni o perché colpiti dalle armi nemiche o perché uccisi nei lager, forse sono solo stato tanto fortunato. O Forse mi ha aiutato la corporatura robusta e lo spirito di sopravvivenza. Chi lo sa.

Ora so solo che non vedo l’ora di tornare a quella vita borghese che ho a lungo desiderato e che il dovere verso la Patria mi ha costretto a lasciare. Per noi italiani e per i tedeschi il sogno di grandezza è naufragato miseramente. L’unica speranza è di tornare presto a rivivere una vita normale dove ognuno possa riprendere la sua occupazione. Cari mamma e papà, ci avevano promesso sogni di gloria e invece ci hanno consegnato sofferenze e morte. Ma non sono riusciti a separarci per sempre e gli abbracci di oggi sono la ricompensa per tutte le sofferenze che ho dovuto subire e che voi non comprenderete mai.

E’ fine luglio, quindi è piena estate, ma sento sempre un gran freddo, come quando prima dell’alba ci svegliavano brutalmente e ci obbligavano a star fermi per ore a fare l’appello col freddo, la pioggia, la neve. Come descrivere tutte queste cose tristi? I prigionieri morti di freddo, di tifo, impiccati o fucilati, per le percosse dei kapò e delle SS. Nessuno crederà mai ai nostri racconti perché nessuno potrà credere che l’animo umano possa raggiungere abissi così bui e profondi.

Dino

24 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Torino, 24 luglio 1945

Dopo un lungo e accidentato viaggio in treno attraverso la pianura Padana sono finalmente arrivato a Torino. Mi è stato detto che per prima cosa devo presentarmi al distretto militare di via Verdi per comunicare il mio rientro, perché sono ancora a tutti gli effetti sotto le armi.

Non avendo più ricevuto ordini dall’8 settembre 1943 in poi ho paura che possano addirittura considerarmi un disertore. Dalla stazione ferroviaria al distretto ci vuole meno di un quarto d’ora a piedi, ma decido di prendere un tram anche se non ho il biglietto. Sul tram nessuno si interessa a me, tutti leggono i giornali. Vedo che si tratta di giornali che non conosco, con strani titoli su persone altrettanto sconosciute e mi rendo conto di quanto tempo sono stato lontano e quante cose siano successe nel frattempo. In tanti leggono la “Nuova Stampa” che immagino sia l’erede de “La Stampa” che leggevo prima di partire militare cinque anni fa. Sbircio le notizie e scopro che ieri c’è stata una partita di calcio a Milano e che all’ippodromo di Mirafiori si sono tenute delle corse.

In effetti si vedono ancora i segni dei bombardamenti, ma Torino non è stata rasa al suolo come Magdeburgo o come le altre città tedesche che ho visto dal treno. Qui nonostante tutto la vita quotidiana sembra già avviata verso la normalità a differenza di lassù.

In un caldo torrido (ho visto sul giornale che ieri c’erano 36 gradi!) arrivo al distretto militare dove ero stato nel marzo del 1940 quando è iniziato tutto. Ci sono altri ex internati come me. Gli impiegati del distretto non sembrano particolarmente interessati a noi, con il loro comportamento dimostrano di considerarci né più né meno di una qualsiasi altra pratica da sbrigare. Ci chiedono le generalità e poi ci sottopongono ad una frettolosa visita medica. Alla fine di tutto ci fanno aspettare fintanto che non ci viene consegnato il foglio di licenza di rimpatrio di sessanta giorni, durante i quali ci verrà pagata la diaria e al termine dei quali ci comunicheranno qualcosa. Non capiamo, cosa vogliono ancora da noi?

Ormai è sera, non ci sono più mezzi disponibili per raggiungere Alpignano. Potrei fare a piedi i 14 chilometri che mi separano da casa, ma sono stanco, c’è un caldo opprimente e non voglio svegliare i miei cari nel cuore della notte. Dormirò dove capita, magari su qualche panchina e partirò domani mattina presto. Anche questa è comunque libertà.

Dino

19 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Pescantina, 19 luglio 1945

Siamo in Italia! Pare impossibile ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Ci troviamo in una piccola stazione che si chiama Balconi, dove in mezzo al nulla è stato tirato su un campo della Croce Rossa e dove dal nulla le donne del paese qui vicino, che si chiama Pescantina, hanno per prime organizzato l’assistenza agli ex prigionieri provenienti dal nord Europa. Queste ragazze e donne sono ammirevoli, si prodigano in mille modi per procurarci cibo, bevande, vestiti puliti e scarpe.

Eppure gli ultimi dieci giorni sono stati un’altalena di emozioni contrastanti. Di speranze e di illusioni.

Il 9 luglio, quando ci consegnammo ai militari inglesi, ci fu subito un grosso problema da risolvere. Ci trovavamo in un enclave russa e gli inglesi non avrebbero potuto portare con sé dei prigionieri, ma consegnarli alle truppe sovietiche. Ciò nonostante ci accompagnarono vicino al confine della zona russa e poi ce la dovemmo sbrigare da soli.

Passammo il confine verso mezzogiorno grazie all’aiuto di un uomo che vendeva ciliege per la strada. Riuscimmo a convincerlo solo grazie ai sigari che ci avevano regalato i soldati inglesi.

Usciti definitivamente dalla zona orientale sotto controllo sovietico, ho raggiunto la casa di Lydia, ma lei non c’era. Ho quindi preso il treno per Schoningen dove mi hanno detto che l’avrei trovata.

Così è stato. Lei arrivava da Brauschweig. Abbiamo pernottato a Schoningen. Il mattino dopo, 10 di luglio, siamo ripartiti entrambi per Braunschweig alle 6,40. Erano due giorni che né io né lei mangiavamo alcunché. Lei disponeva solo di poco pane che era riuscita letteralmente a strappare al lager.

L’11 luglio, dopo varie esitazioni, Lydia è riuscita a trovare un treno per Peine. Vado al lager. Leggono il nome di 1500 partenti ma io non ci sono. Tuttavia sono incluso perché all’appello molti non rispondono, chissà dove sono finiti…

Il 12 luglio finalmente salgo sulla tradotta. Siamo tantissimi, stipati su carri bestiame, con la differenza che rispetto al viaggio di andata le porte sono aperte. Su un carro c’è un’orchestrina che suona per tutto il tempo una sola canzone americana, un boogie woogie. Da quanto tempo non sentivamo questa musica.

Dopo sei giorni di viaggio, in cui ho incontrato Lydia ad Altenhausen e Hanau, siamo arrivati a qualche chilometro da Innsbruck. Non ci fermiamo ma si riparte.

Il 19 luglio arriviamo in Italia dove per prima cosa, una volta scesi dal treno, ci sottopongono a disinfestazione. Poi ci danno un pane da dividere in 17 ed una zuppa.

Siamo fermi alla stazione di Balconi, a due chilometri dal paese di Pescantina. Quando siamo arrivati gli altoparlanti hanno iniziato a diffondere la note di una canzone: Mamma son tanto felice. L’agognato ritorno in patria, la consapevolezza di avere la fortuna di essere ancora vivi, le note della canzone hanno avuto un effetto terribile su noi tutti. Molti si sono messi a piangere a dirotto per la commozione. E poi le ragazze e le donne del posto che si fanno in quattro per noi per cercare qualche vestito o un paio di scarpe. E finalmente sentiamo parlare la nostra lingua, i nostri dialetti. Siamo finalmente a casa. Malridotti ma a casa nostra.

Dino

9 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alleringersleben, 9 luglio 1945

Dopo una settimana i russi hanno deciso di farci muovere, così ieri siamo partiti alla volta di Alleringersleben. Abbiamo marciato per quasi otto ore per coprire i 25 chilometri che ci separavano da questo paese.

Alla sera ci hanno condotto allo zuccherificio, proprio quello dove avevo lavorato nei primi tempi della prigionia. Prima dell’appello serale ci hanno dato il permesso di girare liberi per il paese, ma non di uscirne fuori, perché altrimenti ci avrebbero inseguito e sparato.

Grazie alla mia conoscenza del luogo e ben consapevoli della malafede dei russi, io e alcuni amici abbiamo deciso di organizzare e tentare la fuga verso la fitta foresta che costeggia da un lato il paese. Purtroppo non sono riuscito a convincere ad aggregarsi a noi un carissimo amico di Sant’Ambrogio, un ragazzo di ventidue anni che non mi ha creduto, o forse non ha avuto sufficiente coraggio. Ci siamo limitati a salutarci e a scambiarci gli indirizzi, perché lui ha preferito rimanere lì. Chi tornerà per primo a casa andrà ad avvisare i familiari dell’altro per dire che è ancora vivo e che tornerà anche lui a giorni.

Il nostro piano è stato messo in atto poco prima del riposo notturno, anche perché io conosco Alleringersleben e so dov’è il posto migliore per darsi alla fuga. Scherzando e facendo gli stupidi, come si fa da giovani, io e altri italiani siamo arrivati alle ultime case del paese, dopo di che ci siamo messi a correre come dei pazzi verso la foresta, inseguiti dagli spari dei russi.

Dopo una corsa a perdifiato, sul calar della notte, ci siamo fermati nel bel mezzo della foresta, dove siamo rimasti appiattiti a terra fino all’alba. Poco prima del sorgere del sole abbiamo ripreso la nostra corsa fino a trovarci sull’orlo di una cava profondissima, una miniera all’aperto, che noi non sapevamo essere nella zona che ricade sotto il controllo dell’esercito inglese. Persi per persi siamo rotolati giù fino al fondo della cava dove siamo stati subito circondati da soldati con i fucili spianati che ci puntavano le torce elettriche in faccia. Erano inglesi!

Noi sapevamo che gli accordi tra gli alleati prevedono la restituzione di chi scappa da una zona all’altra. Ma sapevamo anche di non aver fatto niente di male, la nostra sola colpa è di essere scappati per tornare a casa.

I soldati inglesi ci hanno spintonato urlando cose incomprensibili, ma dopo abbiamo capito che era tutta una messinscena perché in alto c’erano i russi che assistevano. Volevano fargli credere che fossimo loro prigionieri e per questo ci hanno percosso.

Ci hanno poi portato dentro ad una baracca e ci hanno chiesto informazioni. Volevano sapere chi eravamo, da dove venivamo e perché ci trovavamo lì. Una volta fornite tutte le spiegazioni del caso gli inglesi si sono scusati per le percosse che, come avevamo immaginato, dovevano servire a convincere i russi che fossimo prigionieri degli inglesi. Poi ci hanno fatto uscire promettendoci che di lì a poco ci avrebbero fatto salire su un treno per l’Italia.

Forse finalmente la nostra odissea sta per finire davvero. E pensare che in Grecia gli inglesi erano stati i nostri più acerrimi nemici e noi li prendevamo in giro dopo la loro sconfitta. Ed ora sono proprio loro a ridarci la libertà.

Dino

1 luglio 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Hermsdorf, 1 luglio 1945

Non avendo potuto scrivere negli ultimi due mesi e mezzo, è bene fare un breve resoconto di ciò che è successo.

In questo periodo, cioè da quando siamo stati presi in carico dagli americani nelle tragiche circostanze che descrissi, siamo alloggiati in un campo che si trova nei pressi della cittadina di Hermsdorf, dal quale si vede l’autostrada che porta a Berlino. In questo campo siamo tutti italiani. Che fine abbiano fatti i prigionieri dei tedeschi appartenenti ad altre nazioni non ci è dato di sapere. L’importante è che qui non soffriamo di certo le privazioni patite sotto il controllo delle guardie della Polte e delle SS. Ci trattano bene, anche se il vitto è sempre lo stesso, pane bianco e carne in scatola, ma almeno non manca mai. Così come non mancano mai sigarette e cioccolato. Tra noi si scherza e si cerca di far passare il tempo in attesa della partenza verso casa, che nessuno sa esattamente quando sarà.

Questa notte però è successo qualcosa di inaspettato che potrebbe cambiare il nostro destino. Come è stata sempre la regola dal 17 aprile in poi, ieri sera ci siamo addormentati sotto la protezione degli americani. Più e più volte ci avevano promesso che ci avrebbero rimpatriato e di aver pazienza, perché siamo in tanti e le ferrovie funzionano ancora con difficoltà. E’ ovvio, quasi tutti i ponti sono stati fatti saltare per aria dall’esercito tedesco in ritirata.

Inoltre recenti disposizioni hanno previsto che gli ex internati sarebbero stati temporaneamente alloggiati, ove possibile, dai campi da cui provenivano. Questa notizia ci lasciò sbigottiti perché avevamo già pregustato il ritorno a casa e invece rischiavamo di tornare alla Polte.

Scappare dal campo? Praticamente impossibile dato lo stretto controllo degli americani. E poi per andare dove? Senza una lira in tasca, senza sapere da dove passare e con quali mezzi…

Solo chi è in condizioni di salute critiche viene ricoverato negli ospedali da campo o rimpatriato in Italia per via aerea. Noi invece siamo qui ad aspettare con disappunto, anche se la vita nel campo degli americani, come vi ho già detto, non è lontanamente paragonabile alla vita del lager. Nessuno che ci tormenti, nessuno che ci offenda.

Del resto tante cose sono capitate da metà aprile ad oggi. La Germania ha capitolato ed il fuhrer si è tolto la vita insieme a sua moglie per non cadere prigioniero ed essere giudicato da un tribunale di guerra per tutti gli orrendi crimini commessi.

Ma questa notte, come ho scritto, è successo qualcosa di inaspettato e che potrebbe cambiare il nostro destino. Quando stamattina ci siamo svegliati gli americani erano spariti ed al loro posto c’erano… i russi!!!

Appena svegli ci hanno radunato con i fucili puntati contro, perché avendo trovato una fondina in una baracca erano convinti che qualcuno tra di noi avesse una pistola. Ma nessuno di noi ce l’aveva, o comunque se qualcuno l’avesse avuta se ne è stato ben zitto.

Verso sera poi ci hanno informati che saremmo tornati in Italia in nave, che ci saremmo imbarcati nel porto di Odessa in Crimea, e che avremmo raggiunto Odessa a piedi.

Siccome mastico un po’ di geografia da quando la studiai alle superiori, ho stimato che dalla Germania del nord per arrivare ad Odessa sul Mar Nero ci sono a occhio e croce quasi duemila chilometri. Delle due l’una: o ci metteremo mesi, sempre che le forze rimaste ce lo consentano, o i russi stanno mentendo e chissà dove ci vogliono portare.

E tutto questo perché gli accordi tra russi e americani hanno previsto che la zona di Magdeburgo sia destinata a finire sotto il controllo russo.

Sembra impossibile ma ce n’è sempre una, l’odissea che stiamo vivendo sembra non dover finire mai.

Dino

17 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 17 aprile 1945

I bombardieri alleati da tempo sorvolano senza ostacoli il cielo di Magdeburgo con i loro cannoni e le mitragliatrici di bordo, dai quali continuano a colpire a tappeto le poche zone ancora sotto il controllo dell’esercito tedesco.

Ma sono altre le cose che mi sono capitate in questi giorni e che non dimenticherò più finché campo.

Dopo quello che è successo ai prigionieri della Polte negli ultimi terribili giorni, quando molti di loro sono morti durante i fatti dello stadio Neue Welt, siamo rimasti in pochi e non sappiamo più cosa fare, dove andare. Sembra una beffa atroce il fatto che Neue Welt in italiano significhi nuovo mondo. Certamente il mondo che ci aspetta sarà nuovo, tutto da ricostruire, ma di sicuro non sarà come lo desideravano i nazisti e il loro capo.

Ma partiamo dall’inizio nel racconto di cosa ci è successo tra ieri e oggi. Saputo del pericolo costituito dai militari tedeschi sbandati, io e altri quattro italiani ci siamo allontanati dalla città ma, senza volerlo, siamo finiti in una zona che è ancora sotto il controllo dei tedeschi. La confusione è tanta, non esistono luoghi sicuri ed ogni incontro può rivelarsi pericoloso o fatale. Ci sono in circolazione gruppi di giovani hitleriani fanatici, disperati e consapevoli della loro fine ormai vicina, che per un nonnulla sono capaci di spararti.

Continuano a sentirsi i colpi dell’artiglieria americana, ogni giorno più vicina, ma che sembra non arrivare mai.

Per non correre inutili pericoli allora ci siamo andati a nascondere in un campo, lontano da strade, sotto a dei covoni di grano. Qui li fanno enormi tanto che la gente del posto ci nasconde sotto perfino le macchine.

Nel nostro gruppetto ci sono anche due amici di Napoli, conosciuti alla Polte e a cui sono molto affezionato. Quando ci siamo andati a nascondere sotto i covoni c’erano già tre romani, scappati come noi e in cerca di un luogo sicuro in cui attendere l’evolversi della situazione. Coperti di paglia siamo rimasti lì, fermi per tutta la notte, dormendo ben poco, aspettando l’arrivo degli americani.

Al mattino, al sorgere del sole, abbiamo sentito armeggiare intorno ai covoni ed abbiamo temuto che fossero tedeschi, che potesse essere la nostra fine. Invece erano delle ragazze russe, anche loro scappate dal nostro stesso campo e miracolosamente vive. Pur non comprendendo noi il russo e loro l’italiano, ci siamo raccontati in qualche modo gli avvenimenti degli ultimi giorni.

Tutti insieme, dal nostro nascondiglio, a un certo punto abbiamo finalmente visto passare i carri armati americani a una distanza di circa trecento metri da noi.

All’improvviso, senza una ragione, due dei tre romani sono usciti dal covone e si sono messi a correre verso gli americani gridando per farsi notare. Erano vestiti di grigioverde e, in lontananza, gli americani devono averli scambiati per tedeschi perché hanno fatto fuoco e li hanno colpiti in pieno. Una cosa terribile, i nostri compagni di una notte sono morti, a un passo dalla salvezza. Quando il carrista americano ha capito di avere commesso un errore è uscito dal mezzo e tenendosi il capo fra le mani si è messo a piangere non dandosi pace per quello che era successo. Continuava a ripetere in inglese “Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto”.

Così anche la liberazione che avevamo sognato per lunghi mesi è stata un momento drammatico, un momento di morte.

Non immaginavamo certo di raggiungere la libertà in questo modo, sotto la minaccia di un carro armato e con una mitragliatrice puntata contro… è una scena che non potrò mai dimenticare.

Più volte durante la guerra e la prigionia ho rischiato la vita, che io mi ricordi almeno in tre occasioni. Ma mai come in questo caso sono rimasto di sasso. Poveri ragazzi, fino a poco prima erano felici per la libertà riconquistata dopo mesi e mesi di sofferenze. Anche le ragazze russe piangevano a dirotto.

A quel punto, tremanti come foglie, siamo usciti piano piano dai covoni con le mani in alto e abbiamo chiarito chi eravamo, da dove venivamo e perché eravamo lì. Gli americani ci hanno offerto cioccolato e sigarette, ma ci hanno anche ordinato di dirigerci a un vicino campo di raccolta dove avremmo potuto mangiare e riposare in attesa di nuovi ordini, assicurandoci che presto qualcuno sarebbe venuto a trovarci e che nessuno ci avrebbe più fatto del male.

E così abbiamo fatto, siamo andati al centro di raccolta dei prigionieri dove ci troviamo ora insieme a tantissimi altri. Una zuppa calda di lenticchie è stato il primo passo verso la normalità dopo mesi di incubi ad occhi aperti e di brodaglie maleodoranti.

Ma non doveva finire così. Non è giusto.

Dino.

14 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 14 aprile 1945

Ciò che temevamo è puntualmente capitato. Di fronte al mancato arrivo degli americani e non sapendo dove andare, le SS ieri mattina alle 6 si sono ripresentate al campo della Polte.

Uomini e donne sono stati cacciati fuori con la forza dalle baracche da due unità della Volkssturm con l’aiuto della gioventù hitleriana. Temendo possibili vendette da parte dei prigionieri e di essere ritenuti responsabili dalle truppe alleate per le condizioni del campo, hanno deciso di condurre dall’altra parte dell’Elba i prigionieri che nei due giorni precedenti non erano fuggiti come invece abbiamo fatto noi.

Circa 3.500 prigionieri, scortati da guardie armate, hanno marciato attraverso la città verso est, ma essendo completamente esausti ci hanno messo ore per compiere un tragitto di circa quattro chilometri ed arrivare al ponte sull’Elba.

Passati sull’isola sono arrivati sul terreno dello stadio “Neue Welt”. Mentre le guardie si sono fermate per fare una pausa, i prigionieri sono finiti improvvisamente sotto il fuoco dell’artiglieria delle truppe americane posizionate nella parte sud-orientale della città. Così, in preda al panico, chi non veniva colpito cercava di scappare e veniva ucciso dai tedeschi. Chi ha assistito all’episodio parla di una vera e propria carneficina.

Dopo il massacro, i sopravvissuti sono stati nuovamente radunati e incamminati verso est con destinazione (almeno così dicono) il campo di concentramento si Sachsenhausen ancora in mano ai tedeschi. Di loro non si sa più nulla.

Fortunatamente noi nel nostro nascondiglio siamo riusciti a sfuggire a questa triste sorte e ci siamo ritrovati a vagare per le strade della città. Al grande incrocio tra Sedanring e Poltestrasse, abbiamo trovato un carro trainato da cavalli abbandonato. Sul carro c’erano numerose valigie e bagagli, forse appartenenti alle guardie del campo. Ma quando alcuni di noi si sono avvicinati sono stati minacciati da alcuni giovani hitleriani armati. Sono intervenuti dei civili e per fortuna non ci sono state sparatorie.

Tutte queste cose le abbiamo sapute oggi dai pochi sopravvissuti che sono tornati nel campo dove ora non ci sono più guardiani. E nemmeno prigionieri.

Dino.

12 aprile1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo,12 aprile 1945

Queste ultime ventiquattr’ore resteranno indimenticabili. Abbiamo vissuto ciò che per mesi è stato solo un sogno.

Se e quando arriveranno gli americani non ci sarà altro da fare che uscire fuori dal nostro nascondiglio con le mani alzate in segno di resa, felici di arrenderci a loro,

Ai miei compagni ho raccontato di Claretta, di come soffro nel non poterla vedere e di come probabilmente starà soffrendo anche lei che, prima di lasciarci mi aveva confidato di aspettare un bambino. I miei compagni di prigionia non approvano. Dicono che le donne tedesche non sono affidabili, e sotto il profilo morale sono criticabili. Ma io non ci credo. Per di più conosco bene Claretta, lei certe cose non le farebbe mai.

Circola voce che forse non saranno gli americani a venirci a salvare ma i russi, e che per mandarci a casa prima ci porteranno in Unione Sovietica. Per il momento stanno già rimpatriando i loro prigionieri liberati nei campi di concentramento e sottratti al potere dei nazisti. Solo dopo si occuperanno degli italiani e degli altri prigionieri. Ciò sarebbe dovuto al fatto che il comando tedesco sembrerebbe intenzionato a rifiutare una proposta di resa degli americani.

Speriamo che la gioia per la ritrovata libertà non duri poco, visto che alla fine dei conti agli occhi dei russi continuiamo ad essere visti come gli ex alleati dei nazisti.

Vista la calma relativa la maggior parte dei prigionieri è tornata al campo e, non potendo far altro, si sono ritirati nelle loro baracche in attesa dei liberatori.

Noi invece continuiamo a starcene per conto nostro, non si sa mai…

Dino.

11 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 11 aprile 1945

Questa mattina alle 10 è suonato l’allarme antiaereo per molti minuti di seguito. Era il segnale convenzionale per avvisare i militari ed i civili che gli americani stavano entrando a Magdeburgo e che gli abitanti avrebbero dovuto mobilitarsi per la difesa della città. Dopo 15 minuti la sirena ha smesso di suonare, segno che gli americani erano arrivati.

Tra di noi c’è stata una forte eccitazione, tutti discutevano sul da farsi ma non si riusciva a mettersi d’accordo. Che fare? Il nostro sogno di libertà stava diventando realtà, mancavano solo pochi giorni o forse solo poche ore alla nostra liberazione. Tutti i militari e le guardie tedeschi erano spariti dalla Polte. Anche i lavoratori tedeschi se ne erano andati via in modo disordinato.

Non sapendo esattamente cosa fare e dove andare abbiamo deciso di uscire dal campo e di andare a nasconderci. Ma dove? Nascondersi nella fabbrica sarebbe stato sicuramente pericoloso, così come restare nel campo, metti mai che tornassero le SS. Attirato dal fumo della stanza delle caldaie qualcuno si è nascosto lì. Io e altri prigionieri abbiamo invece deciso di andarci a rifugiare per la notte nella cantina di una casa vuota tra le poche che non sono state distrutte. Poi vedremo il da farsi in ragione di cosa succederà, sperando che i militari americani arrivino.

La situazione è surreale. I tedeschi sono spariti, gli americani non si sono ancora visti e noi siamo in una sorta di terra di nessuno abbandonati a noi stessi.

Purtroppo in queste condizioni non posso nemmeno rischiare di andare a casa di Claretta per vedere come sta. L’ultima volta che ci siamo visti è stato durante il fuggi fuggi generale dopo la sirena di questa mattina. Tra la folla che scappava l’ho vista. Nel timore di non poterla più rivedere l’ho chiamata, le ho scritto in tutta fretta il mio indirizzo su un pezzetto di carta e l’ho pregata di non perderlo perché altrimenti non avrebbe mai potuto raggiungermi ad Alpignano.

Qui nella cantina, con alcuni prigionieri italiani, stiamo studiando come fuggire per rientrare in Italia attraverso la Francia, perché di attraversare la Germania nessuno ne vuol sentire parlare.

Nel frattempo è arrivato un altro prigioniero che ci ha detto che il campo di sterminio di Buckenwald è già stato liberato.

Secondo il mio punto di vista la fuga è l’unica salvezza in questo momento. Restare al campo è pericoloso, o si rischia la vita per i bombardamenti o, peggio ancora, possono tornare le SS incattivite dalla disfatta.

L’11 aprile del 1945 è una data che mi sarà impossibile cancellare dalla memoria. Figuratevi che durante i momenti di caos qualcuno ha avuto la pensata di scrivere a caratteri cubitali su un grosso cartello “COMUNITA’ ITALIANA” e di appenderlo sull’edificio del corpo di guardia. Qualcuno ha issato una piccola e lacera bandiera tricolore.

Anche i kapò strafottenti e inumani se ne sono andati, sono fuggiti quando hanno visto squagliarsi il corpo di guardia, il Comandante e tutto l’apparato poliziesco, temendo vendette e rappresaglie che certamente ci sarebbero state.

Prima di andarcene dal campo abbiamo consumato un ultimo pasto con quel poco che ci è stato consegnato dai cucinieri. Da oggi la tessera per i pasti non servirà più.

Dino.

1 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 1 aprile 1945.

Oggi è Pasqua, giorno di resurrezione. Al mattino mi sono incontrato in chiesa con Claretta. Durante la funzione ha avuto un lieve malore, forse dovuto alla sua condizione ed alla carenza di cibo che nelle ultime settimane riguarda ormai tutti, anche i civili. L’ho soccorsa amorevolmente e le ho ordinato di andarsi a riposare. Così è tornata a casa e non so quando la rivedrò. Speriamo non sia nulla di grave.

C’è un sole brillante che illumina e riscalda il campo e i prigionieri. Ma i suoi raggi scaldano la pelle, non le nostre anime. Noi siamo un po’ come i sassi, fermi in attesa. Tutto intorno a noi oramai è soltanto attesa. Anche i tedeschi che sono di guardia sono in attesa di un qualcosa che è nell’aria ed è ineluttabile: la sconfitta. Per noi deportati invece l’attesa è sempre fame, malattia e morte, nella infinita speranza che qualcuno o qualcosa spunti all’orizzonte di questa nostra prigione, dove i nostri spiriti si vanno ogni giorno spegnendo ed i nostri corpi si vanno esaurendo, stanchi oramai di tutto, anche di vivere.

Si dice che i tedeschi siano in rotta su tutti i fronti e che Himmler abbia già fatto offerte di pace agli Alleati, i quali le hanno respinte perché ora pretendono una resa senza condizioni. Si sente anche dire che nell’ultima battaglia della Rhur siano stati catturati trecentomila tedeschi.

Anche nel nostro lager c’è la piena consapevolezza che la fine possa essere imminente. Le guardie del campo ormai sono disinteressate a noi, fino ad ignorarci del tutto. Questa sera durante la distribuzione del rancio non s’è visto nessuno, solo gli addetti alla cucina. Alla sera ci ritiriamo nelle baracche con un senso di ansia, perché non sappiamo ciò che ci aspetta nelle prossime ore, nei prossimi giorni.

Speriamo che Claretta stia un po’ meglio, stamattina prima della messa le ho fatto vedere una fotografia scattata a Tripoli in Libia, con Silvana e Wally ancora bambine e vestite con abiti arabi. Non vede l’ora di poterle conoscere.

Dino