11 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 11 aprile 1945

Questa mattina alle 10 è suonato l’allarme antiaereo per molti minuti di seguito. Era il segnale convenzionale per avvisare i militari ed i civili che gli americani stavano entrando a Magdeburgo e che gli abitanti avrebbero dovuto mobilitarsi per la difesa della città. Dopo 15 minuti la sirena ha smesso di suonare, segno che gli americani erano arrivati.

Tra di noi c’è stata una forte eccitazione, tutti discutevano sul da farsi ma non si riusciva a mettersi d’accordo. Che fare? Il nostro sogno di libertà stava diventando realtà, mancavano solo pochi giorni o forse solo poche ore alla nostra liberazione. Tutti i militari e le guardie tedeschi erano spariti dalla Polte. Anche i lavoratori tedeschi se ne erano andati via in modo disordinato.

Non sapendo esattamente cosa fare e dove andare abbiamo deciso di uscire dal campo e di andare a nasconderci. Ma dove? Nascondersi nella fabbrica sarebbe stato sicuramente pericoloso, così come restare nel campo, metti mai che tornassero le SS. Attirato dal fumo della stanza delle caldaie qualcuno si è nascosto lì. Io e altri prigionieri abbiamo invece deciso di andarci a rifugiare per la notte nella cantina di una casa vuota tra le poche che non sono state distrutte. Poi vedremo il da farsi in ragione di cosa succederà, sperando che i militari americani arrivino.

La situazione è surreale. I tedeschi sono spariti, gli americani non si sono ancora visti e noi siamo in una sorta di terra di nessuno abbandonati a noi stessi.

Purtroppo in queste condizioni non posso nemmeno rischiare di andare a casa di Claretta per vedere come sta. L’ultima volta che ci siamo visti è stato durante il fuggi fuggi generale dopo la sirena di questa mattina. Tra la folla che scappava l’ho vista. Nel timore di non poterla più rivedere l’ho chiamata, le ho scritto in tutta fretta il mio indirizzo su un pezzetto di carta e l’ho pregata di non perderlo perché altrimenti non avrebbe mai potuto raggiungermi ad Alpignano.

Qui nella cantina, con alcuni prigionieri italiani, stiamo studiando come fuggire per rientrare in Italia attraverso la Francia, perché di attraversare la Germania nessuno ne vuol sentire parlare.

Nel frattempo è arrivato un altro prigioniero che ci ha detto che il campo di sterminio di Buckenwald è già stato liberato.

Secondo il mio punto di vista la fuga è l’unica salvezza in questo momento. Restare al campo è pericoloso, o si rischia la vita per i bombardamenti o, peggio ancora, possono tornare le SS incattivite dalla disfatta.

L’11 aprile del 1945 è una data che mi sarà impossibile cancellare dalla memoria. Figuratevi che durante i momenti di caos qualcuno ha avuto la pensata di scrivere a caratteri cubitali su un grosso cartello “COMUNITA’ ITALIANA” e di appenderlo sull’edificio del corpo di guardia. Qualcuno ha issato una piccola e lacera bandiera tricolore.

Anche i kapò strafottenti e inumani se ne sono andati, sono fuggiti quando hanno visto squagliarsi il corpo di guardia, il Comandante e tutto l’apparato poliziesco, temendo vendette e rappresaglie che certamente ci sarebbero state.

Prima di andarcene dal campo abbiamo consumato un ultimo pasto con quel poco che ci è stato consegnato dai cucinieri. Da oggi la tessera per i pasti non servirà più.

Dino.

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