17 aprile 1945

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 17 aprile 1945

I bombardieri alleati da tempo sorvolano senza ostacoli il cielo di Magdeburgo con i loro cannoni e le mitragliatrici di bordo, dai quali continuano a colpire a tappeto le poche zone ancora sotto il controllo dell’esercito tedesco.

Ma sono altre le cose che mi sono capitate in questi giorni e che non dimenticherò più finché campo.

Dopo quello che è successo ai prigionieri della Polte negli ultimi terribili giorni, quando molti di loro sono morti durante i fatti dello stadio Neue Welt, siamo rimasti in pochi e non sappiamo più cosa fare, dove andare. Sembra una beffa atroce il fatto che Neue Welt in italiano significhi nuovo mondo. Certamente il mondo che ci aspetta sarà nuovo, tutto da ricostruire, ma di sicuro non sarà come lo desideravano i nazisti e il loro capo.

Ma partiamo dall’inizio nel racconto di cosa ci è successo tra ieri e oggi. Saputo del pericolo costituito dai militari tedeschi sbandati, io e altri quattro italiani ci siamo allontanati dalla città ma, senza volerlo, siamo finiti in una zona che è ancora sotto il controllo dei tedeschi. La confusione è tanta, non esistono luoghi sicuri ed ogni incontro può rivelarsi pericoloso o fatale. Ci sono in circolazione gruppi di giovani hitleriani fanatici, disperati e consapevoli della loro fine ormai vicina, che per un nonnulla sono capaci di spararti.

Continuano a sentirsi i colpi dell’artiglieria americana, ogni giorno più vicina, ma che sembra non arrivare mai.

Per non correre inutili pericoli allora ci siamo andati a nascondere in un campo, lontano da strade, sotto a dei covoni di grano. Qui li fanno enormi tanto che la gente del posto ci nasconde sotto perfino le macchine.

Nel nostro gruppetto ci sono anche due amici di Napoli, conosciuti alla Polte e a cui sono molto affezionato. Quando ci siamo andati a nascondere sotto i covoni c’erano già tre romani, scappati come noi e in cerca di un luogo sicuro in cui attendere l’evolversi della situazione. Coperti di paglia siamo rimasti lì, fermi per tutta la notte, dormendo ben poco, aspettando l’arrivo degli americani.

Al mattino, al sorgere del sole, abbiamo sentito armeggiare intorno ai covoni ed abbiamo temuto che fossero tedeschi, che potesse essere la nostra fine. Invece erano delle ragazze russe, anche loro scappate dal nostro stesso campo e miracolosamente vive. Pur non comprendendo noi il russo e loro l’italiano, ci siamo raccontati in qualche modo gli avvenimenti degli ultimi giorni.

Tutti insieme, dal nostro nascondiglio, a un certo punto abbiamo finalmente visto passare i carri armati americani a una distanza di circa trecento metri da noi.

All’improvviso, senza una ragione, due dei tre romani sono usciti dal covone e si sono messi a correre verso gli americani gridando per farsi notare. Erano vestiti di grigioverde e, in lontananza, gli americani devono averli scambiati per tedeschi perché hanno fatto fuoco e li hanno colpiti in pieno. Una cosa terribile, i nostri compagni di una notte sono morti, a un passo dalla salvezza. Quando il carrista americano ha capito di avere commesso un errore è uscito dal mezzo e tenendosi il capo fra le mani si è messo a piangere non dandosi pace per quello che era successo. Continuava a ripetere in inglese “Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto”.

Così anche la liberazione che avevamo sognato per lunghi mesi è stata un momento drammatico, un momento di morte.

Non immaginavamo certo di raggiungere la libertà in questo modo, sotto la minaccia di un carro armato e con una mitragliatrice puntata contro… è una scena che non potrò mai dimenticare.

Più volte durante la guerra e la prigionia ho rischiato la vita, che io mi ricordi almeno in tre occasioni. Ma mai come in questo caso sono rimasto di sasso. Poveri ragazzi, fino a poco prima erano felici per la libertà riconquistata dopo mesi e mesi di sofferenze. Anche le ragazze russe piangevano a dirotto.

A quel punto, tremanti come foglie, siamo usciti piano piano dai covoni con le mani in alto e abbiamo chiarito chi eravamo, da dove venivamo e perché eravamo lì. Gli americani ci hanno offerto cioccolato e sigarette, ma ci hanno anche ordinato di dirigerci a un vicino campo di raccolta dove avremmo potuto mangiare e riposare in attesa di nuovi ordini, assicurandoci che presto qualcuno sarebbe venuto a trovarci e che nessuno ci avrebbe più fatto del male.

E così abbiamo fatto, siamo andati al centro di raccolta dei prigionieri dove ci troviamo ora insieme a tantissimi altri. Una zuppa calda di lenticchie è stato il primo passo verso la normalità dopo mesi di incubi ad occhi aperti e di brodaglie maleodoranti.

Ma non doveva finire così. Non è giusto.

Dino.

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