4 settembre 1944

Magdeburgo, 4 settembre 1944

E’ ufficiale! Da oggi noi italiani non siamo più IMI ma lavoratori civili, per sfruttare ancora di più il nostro lavoro in vista della guerra totale dichiarata da Hitler il 25 luglio. Siamo stati formalmente dismessi dagli Stalag per essere considerati lavoratori civili liberi. Liberi un corno! In realtà siamo come dei condannati ai lavori forzati con l’etichetta ipocrita di lavoratore volontario. Se fossimo davvero liberi e volontari ce ne torneremmo subito tutti quanti a casa, mentre invece siamo qui, nell’impossibilità di muoverci se non negli orari e nei giorni in cui ci è concesso, ma sempre all’interno dei confini della città.

Evidentemente in Italia non ci sono più persone disposte a venire a lavorare per i tedeschi come dopo l’8 settembre, se Hitler ha convinto Mussolini a smilitarizzarci d’autorità dalla RSI. Il nostro cambiamento di stato serve anche a mascherare il carattere coercitivo dell’impiego di noi militari italiani. Volenti o nolenti siamo stati assimilati ai lavoratori civili stranieri. Fino a ieri occorreva firmare un modulo di accettazione cui conseguiva il certificato di rilascio. Poiché molti si sono rifiutati di firmare, nel timore di essere richiamati alle armi oltre all’avversione nei confronti dei nazisti per tutte le violenze e i soprusi subiti, da oggi la trasformazione è stata fatta d’autorità.

Sarà anche cambiato il nostro stato però nulla è cambiato per quanto riguarda il vitto, l’alloggio e le condizioni di vita. Per il momento c’è stato solo un leggero allentamento del rigido sistema disciplinare, ma la settimana lavorativa resta di 72 ore su sei giorni. Anche il salario è aumentato un po’, ma rimane comunque basso. Come vi avevo anticipato invece del Lagergeld, moneta spendibile solo nel campo e di scarso valore, ora riceviamo dei marchi per soddisfare meglio i bisogni essenziali.

Inoltre ci hanno detto che non saremo più soggetti alla giurisdizione militare ma a quella civile, quindi la Gestapo interverrà solo per i delitti più gravi. Anche le angherie e le vessazioni dovrebbero diminuire. La sorveglianza sul campo in effetti sembra essere diventata meno stretta, sicché la libertà di movimento ne ha tratto beneficio. Al termine del lavoro, ad eccezione dei prigionieri ebrei, ci si può trattenere in città fino al coprifuoco, ma naturalmente bisogna rientrare nel campo entro le 20. Però la nostra presenza per le vie della città non è vista di buon occhio dalla popolazione.

Pur se ci hanno passato borghesi, anche contro la nostra volontà, è comunque rimasta la facoltà delle aziende di stabilire se continuare il lavoro durante gli allarmi aerei, considerando incidenti sul lavoro gli eventuali danni fisici o le morti! Roba da matti.

Del resto gli incidenti sul lavoro in generale sono sempre stati tanti qui alla Polte. Un po’ per le difficoltà di comprensione della lingua e un po’ per il vestiario inadeguato. Ma anche per la carente formazione professionale, il diffuso sfinimento fisico, la mancanza di protezioni adeguate. Senza contare che vengono considerati incidenti sul lavoro anche i maltrattamenti fisici.

Dovete sapere che in caso di infortunio l’assistenza prestata agli IMI è sempre stata a dir poco inadeguata, a causa delle accuse di tradimento che ci vengono mosse. Molte volte, come vi avevo già scritto, è meglio non far sapere che si è feriti o ammalati, perché si rischia di essere inviati al campo di sterminio di Buckenwald.

In particolare le sorveglianti del campo femminile sono tremende, maltrattano e minacciano le detenute, il cui lavoro è difficile e molto dannoso per la salute. Anche le donne lavorano in turni di 12 ore, solo alcune sono impegnate nella cucina del campo. Ogni volta che muore una prigioniera viene subito sostituita da un’altra proveniente da Buchenwald. Eppure si ritengono fortunate ad essere qui perché a Buckenwald hanno visto l’orrore inimmaginabile. Quello, così dicono, non è un campo di concentramento né un campo di lavori forzati, ma un vero e proprio campo di eliminazione. Uomini, donne e bambini vengono avviati a morte immediata se non abili al lavoro.

In compenso dopo i continui bombardamenti continuiamo ad essere utilizzati come forza lavoro per sgomberare le macerie e seppellire i morti. Ogni casa in cui sono presenti dei morti è contrassegnata con una croce bianca sul muro. La città è piena di croci bianche. Il problema è che quasi nessun italiano parla tedesco, quindi io che lo capisco sono sempre chiamato per scavare.

Dino

25 agosto 1944

Arbeitsskommando Polte-Magdeburg, 25 agosto 1944

Carissimi,

anche in questi frangenti drammatici capita di assistere ad azioni che rivelano una profonda umanità. Ci sono sempre più di frequente degli episodi di solidarietà da parte di alcuni cittadini tedeschi che, anche rischiando punizioni, trovano il coraggio di farci avere un po’ di cibo quando usciamo dal campo per andare a scavare tra le rovine causate dai bombardamenti.

Ma ci sono anche altri motivi che contribuiscono a rendere la vita meno triste. Diverse donne tedesche che lavorano insieme a noi prigionieri, hanno stabilito dei rapporti di amicizia se non proprio dei legami amorosi.

E non crediate che siano tutte rose e fiori. Fin dal gennaio 1944 è stato vietato alle lavoratrici tedesche di intrattenere qualsiasi tipo di rapporto con i prigionieri, pena sanzioni pubbliche e finanche l’arresto. Per le donne tedesche le pene dipendono da quanto dura la relazione, dall’età e dal fatto che siano sposate o no. Le pene più gravi riguardano le donne sposate, anche se del marito non hanno più notizie da anni, e quelle che hanno preso l’iniziativa. Le pene detentive sono invece più lievi per le donne molto giovani che accettano la corte dei prigionieri, o a cui sono solo state indirizzati dei messaggi d’amore. Va anche detto che alle donne vengono applicate pene più severe rispetto agli uomini tedeschi che intrattengono rapporti con le prigioniere. Va anche detto che i contatti verboten possono verificarsi durante il lavoro ma in genere sono più facili una volta usciti dalla fabbrica.

Va detto che le donne non solo ci trattano meglio degli uomini, ma si dimostrano anche molto disponibili a fornire un po’ di cibo, anche se in maniera saltuaria, soprattutto a noi italiani. Ma non si può andare oltre, se non a proprio rischio e pericolo, come dimostra il fatto che in fabbrica sia stato appeso un avviso scritto anche in italiano, che ammonisce a non avvicinare le donne tedesche. In caso contrario si rischiano fino a 5 anni di carcere se viene scoperto che un prigioniero italiano ha avuto un rapporto con una donna tedesca. Se poi lei dovesse rimanere incinta si rischia addirittura la pena di morte.

Per quanto riguarda invece la nostra situazione, da un paio di settimane sembra che ci siano stati dei cambiamenti. Il führer, d’accordo con Mussolini, ha ordinato che gli internati militari italiani debbano ora essere considerati come dei lavoratori civili, formalmente liberi.

Questa trasformazione ha reso più facile avere dei contatti con la popolazione, forse per le sempre più disperate condizioni di vita e per il sentore che la fine sia ormai vicina. Una situazione molto diversa dagli inizi della prigionia, quando molti tedeschi ci trattavano male, ci insultavano, desiderosi di vendetta attraverso umiliazioni continue nei nostri confronti.

Ora invece nel fine settimana possiamo riunirci e non è raro che alcune famiglie ci chiedano aiuto per riparare le case bombardate o rimuovere le macerie o altro ancora. Queste persone sono meno cattive rispetto ai tedeschi che ci controllano nella fabbrica e quando possono ci offrono un po’ del poco cibo di cui dispongono ancora.

Ma il divieto di avere contatti con i tedeschi non è uguale per tutti, dipende dallo status di ognuno di noi. Il divieto è rimasto per gli ebrei, per i cittadini dell’est e per i prigionieri di guerra, ma per i cittadini dell’ovest no.

Dicono che il passaggio a lavoratori civili ci permetterà di poter indossare abiti civili, sciarpe e cravatte. Per quanto mi riguarda oggi mi hanno consegnato un nuovo lasciapassare, con tanto di data, timbro e firma, che mi consente di muovermi per tutta la fabbrica e anche fuori dal campo quando non lavoro. Sopra c’è scritto che sono stato riconosciuto come lavoratore civile. Sarà proprio così?

Intanto continuano i bombardamenti quasi ogni giorno.

Vostro Dino

25 luglio 1944

Arbeitsskommando Polte-Magdeburg, 25 luglio 1944

Carissimi,

Come avrete avuto modo di sapere, il 20 luglio c’è stato un attentato alla vita di Hitler. Ecco perché da alcuni giorni i tedeschi sono così cupi, come mai li avevo visti prima, nemmeno dopo la liberazione di Roma il 5 giugno da parte degli alleati o dopo lo sbarco in Normandia del 6 giugno. Alcuni ci guardano con occhi biechi e sospettosi, come se volessero cogliere dentro di noi un segno di gioia per sfogare la loro rabbia sulle nostre schiene. Ma noi ce ne guardiamo bene e nascondiamo la gioia e l’esultanza che conserviamo per quando siamo soli tra di noi prigionieri.

Dall’altra parte, soprattutto tra le guardie, sembra che la sfiducia cresca ogni giorno. E ne hanno ben donde! Dopo i sogni di gloria le stanno buscando dai russi a Est e dagli americani ad Ovest. E adesso anche il loro beneamato fuhrer non può più fidarsi nemmeno di chi gli sta vicino. Se a tutto questo aggiungete i continui bombardamenti delle città ormai indifese, capite bene che l’umore non sia dei migliori, anzi è ogni giorno più basso.

Così il loro pessimo umore va di pari passo con la nostra gioia. Sembra proprio che la guerra stia volgendo verso una conclusione che solo un anno fa sembrava impossibile. Le armate naziste stanno capitolando su tutti i fronti.

In questa situazione drammatica pare che il fuhrer, che in cuor suo vorrebbe vederci tutti morti e stecchiti, abbia invece un bisogno disperato delle nostre braccia per produrre armi e per sgomberare le macerie di case e palazzi dopo ogni bombardamento. Così sembra proprio che voglia di nuovo cambiare il nostro status da ‘internati militari’ a ‘lavoratori civili’, al fine di migliorare le nostre condizioni di vita (così dicono) e, di conseguenza, le nostre prestazioni lavorative.

Chi invece continua a soffrire le violenze e le sopraffazioni delle SS e delle guardie sono soprattutto i prigionieri ebrei, uomini e donne, che svolgono compiti non specialistici. Quando un detenuto osa resistere, o peggio ancora, difendersi dagli attacchi brutali delle guardie, viene percosso duramente. Nei casi considerati più gravi, come il sabotaggio, si può addirittura arrivare all’impiccagione pubblica nel campo.

Sono stato testimone oculare di un evento simile. Tra l’ingresso principale dello stabilimento e quello del campo di prigionia, posti uno di fronte all’altro in Poltestrasse è stata eretta una forca, ben in vista, per costringerci ad assistere all’esecuzione di un nostro compagno. Arrivando ho sentito il grido disperato di tante prigioniere. Il condannato era un ragazzino che avevo visto lavorare fino allo sfinimento nella fabbrica. Era addetto, come le donne e i vecchi, a costruire le munizioni. Lo avevano trovato addormentato, in piedi, accanto alla macchina a cui lavorava. Faceva anche lui 12 ore al giorno, era russo. Un “affarino” che non avrà avuto più di undici anni e che distrutto dalla fatica si era addormentato sul lavoro. Tanto è bastato per impiccarlo! Del resto se non tornava più utile da vivo, le SS hanno cercato di usarne la morte per terrorizzarci. Non ce la facciamo più a sopportare la crudeltà disumana dei nostri carcerieri. Il nostro è un campo di lavori forzati, ma gli internati si decimano da soli: ne muoiono tutti i giorni per incidenti, malattie, malnutrizione, violenze. Oltre alle impiccagioni.

Era un bambino. Lo hanno impiccato davanti a tutti. Tanti piangevano. Io avevo il cuore gonfio di pena. Come si può essere così?

Vostro Dino

30 giugno 1944

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Arbeitsskommando Polte-Magdeburg, 30 giugno 1944

Carissimi,

Corre voce che due anni fa questo campo in cui siamo prigionieri fosse stato la dimora dei prigionieri di guerra russi che, sembra impossibile, hanno subito un trattamento più disumano del nostro, peggiore del bestiame. Il pane veniva gettato loro attraverso i reticolati senza nessun ordine di distribuzione e questo era il loro unico sostentamento. Potete immaginare quale lotta ci fosse per strappare un pezzetto di pane. Abbandonati a se stessi non tardò a scoppiare un’epidemia di tifo che tolse la vita a migliaia di loro. Molti furono sotterrati nello stesso campo, come abbiamo potuto constatare noi stessi. Quando piove ed entra nel campo un carro pesante, si formano dei solchi nel terreno sabbioso e a volte rimane impantanato. Il lavoro di disincagliamento a volte fa venire alla luce dei teschi o altre ossa di corpo umano.

Un altro episodio che mi è capitato di vedere mi ha fatto capire che nemmeno da morti in questi luoghi è possibile trovare un po’ di in pace. Tre operai ebrei morti non so per quale motivo, sono stati avviati alla sepoltura ma, non avrei mai immaginato una cosa simile, quei miseri resti mortali sono stati portati nel luogo dove noi scarichiamo le immondizie del campo. Questa scena mi ha fatto riflettere. Fino a che punto può arrivare la cattiveria umana! Una discarica di immondizia sarà l’ultima dimora di quei poveretti, morti forse per gli stenti o per qualche malattia.

Ma non è tutto. Ieri mattina c’è stato, per la prima volta da quando sono arrivato qui, un bombardamento della città di Magdeburgo da parte degli americani. Per la prima volta all’allarme aereo delle sirene è seguita una pioggia di bombe. Il cielo era coperto da decine di bombardieri, ma la contraerea tedesca è riuscita ad abbatterne solo due. I tedeschi che lavorano alla Polte ci hanno detto che ci sono un centinaio tra morti e dispersi, oltre a centinaia di feriti e case distrutte.

A noi prigionieri è fatto divieto di andare nei rifugi antiaerei durante i bombardamenti, dove invece si accalcano i tedeschi. Così c’è chi resta in fabbrica, chi nelle baracche, chi cerca riparo almeno dalle schegge mortali degli ordigni nei paraschegge.

Il nostro reparto è controllato dalle S.S. e non possiamo allontanarci mai dalla loro vista neanche di qualche passo. Di notte dormiamo nelle baracche, 5 o 6 ore, non di più, ma quando ci sono gli allarmi aerei ci lasciano le baracche aperte e possiamo infilarci in una fossa scavata nel terreno.

Una notte, mentre le sirene suonavano e tutti cercavano rifugio, io e due miei compagni lombardi, abbiamo deciso di non restare nella fossa: morti per morti, abbiamo tentato di raggiungere la cucina situata in una baracca chiusa. Speravamo di trovare qualche patata avariata o di quelle rosicchiate che si buttano. Invece abbiamo trovato un sacco di patate un po’ avariate che i tedeschi avevano messo fuori dalla baracca della loro cucina in attesa di buttarle. Me le sono caricate in spalla e di soppiatto sono tornato nella mia baracca. Peccato però che il sacco fosse bucato e nel percorso le patate sono cadute quasi tutte a terra. Alla fine abbiamo mangiato solo un po’ di scarto che era rimasto in fondo al sacco. Nonostante la disdetta nei giorni seguenti abbiamo riso tra di noi raccontandoci a vicenda questo fatto.

Spero che questa guerra tremenda finisca presto e che i miei cari non siano in pericolo di vita, perché solo la voglia di rivederli mi fa sopportare tutto questo. Non vi ho ancora detto che qui con me c’è un mio coscritto di Valdellatorre, che si chiama Giuseppe Bertolotto, con il quale ci facciamo forza a vicenda.

Vostro Dino

20 giugno 1944

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Arbeitsskommando Polte-Magdeburg, 20 giugno 1944

Carissimi,
da pochi giorni sono stato trasferito in un nuovo sottocampo che si trova in Poltestrasse n. 911, nel bel mezzo delle aree residenziali e lavorative del quartiere Wilhelmstadt di Magdeburgo. La strada prende il nome dalla fabbrica di munizioni Polte in cui anch’io lavoro, a cui sono collegati due sottocampi di prigionia, uno maschile e uno femminile. I campi sono recintati con filo spinato. Le baracche sono di legno. Le condizioni di vita delle donne sono peggiori rispetto a quelle degli uomini. La differenza forse dipende dal fatto che noi uomini siamo stati scelti per le nostre qualifiche e quindi considerati lavoratori preziosi, difficili da sostituire, mentre le donne sono viste come manodopera ausiliaria a buon mercato.

Un’ottantina di SS sono responsabili della custodia dei prigionieri all’interno del campo, mentre alcune guardie maschili, probabilmente soldati più anziani, si occupano della sicurezza esterna. Invece il campo femminile è sorvegliato da circa una quarantina di guardie donne. I comandanti di entrambi i campi sono molto severi, basta una piccola infrazione e fioccano le punizioni come gli appelli supplementari o la privazione del cibo o ancora il confinamento nei bunker, piccoli, freddi e senza finestre. Punizione particolarmente temuta dalle donne è quella che qui chiamano Prügelstrafe, ossia venticinque colpi di bastone.

I prigionieri e le prigioniere sono massimamente ebrei dell’Europa dell’Est, per lo più polacchi e magiari, ma anche lituani, mandati qui dai campi di concentramento. Alcuni ungheresi invece lavoravano qui vicino nel mobilificio Steinhoff. Oltre a me ci sono una decina tra italiani e francesi. Cosa inattesa, noi e i francesi godiamo di una maggior libertà rispetto agli ebrei, i quali sono sempre obbligati a indossare gli abiti a righe da prigioniero e gli zoccoli di legno.

Gli altri prigionieri mi hanno spiegato che la Polte fino alla prima guerra mondiale produceva utensili in alluminio, ma poi ha iniziato a produrre armi. Qui a Magdeburgo si fabbricano diversi tipi di munizioni che vengono sparati dai fucili e dai cannoni, come ad esempio i proiettili da 30mm e 40 mm riempiti con il nitropenta, un esplosivo molto simile alla nitroglicerina.

Il giorno dopo l’arrivo al campo io e gli altri prigionieri siamo stati intervistati per sapere quali fossero le nostre specializzazioni, per avviarci al reparto più consono. Ad ogni persona è stato assegnato un incarico da specialista: elettricista, riparatore, manutentore dei motori, addetto alle pulizie. Siccome io ho la patente di guida e parlo già un buon tedesco, sono stato incaricato del trasporto, con un carrello elettrico, delle casse di munizioni dal reparto produzione al magazzino o direttamente sui camion in partenza per il fronte. Carico e scarico di continuo perché lavoriamo dodici ore al giorno in turni alternati, in modo che la produzione non si fermi mai. Il turno giorno-notte cambia ogni settimana.

Ognuna delle due baracche di prigionieri, che contiene circa 250 uomini, copre un turno. Il turno di giorno inizia alle otto di mattina e finisce alle otto di sera. Il turno di notte copre le dodici ore successive e così via.

Ad ogni turno le SS ci accompagnano dal campo alla fabbrica che è proprio dall’altra parte della strada. E’ una gran fortuna perché così non siamo costretti a lunghe marce che, soprattutto d’inverno, sono terribili, specie dopo una giornata di lavoro di dodici ore e senza un’alimentazione sufficiente.

Anche le donne, che sono molte di più, circa tremila, arrivano dai campi di concentramento di Ravensbrück e Buchenwald. Anche loro sono in massima parte ebree.

La fabbrica ha quattro piani. Al pianterreno ci sono le officine con le macchine a cui lavorano i prigionieri. Al primo piano ci sono gli uffici. Al secondo si producono i bossoli e al terzo c’è un altro reparto produttivo dove lavorano i civili tedeschi e i prigionieri non possono entrare. Sì, perché alla Polte lavorano anche i tedeschi, per lo più negli uffici. Si può dire, da quel che vedo, che siamo più o meno lo stesso numero tra tedeschi e prigionieri. All’interno di ogni piano della fabbrica ci si può muovere liberamente, ma non da un piano all’altro.

In alcuni locali fa molto caldo per cui gli uomini lavorano a torso nudo con addosso solo lunghi grembiuli di gomma nera. Il lavoro in questi locali è difficile soprattutto per i prigionieri denutriti.

Ci facciamo coraggio e cerchiamo di resistere spinti dal fatto che si crede che la libertà non sia più così lontana. Del resto noi siamo qui perché tutti gli uomini tedeschi, giovani o vecchi che siano, sono stati inviati a combattere al fronte. Di conseguenza per coprire le perdite di personale nelle fabbriche non bastano più le donne tedesche e i prigionieri di guerra, così che i reclusi dei campi di concentramento (tra cui, e soprattutto, ebrei) sono diventati un’ambita merce per le fabbriche. Ma, soprattutto per loro, è dura. Se non si produce abbastanza, e quanto sia abbastanza lo decide il civile tedesco che ci sorveglia, si viene sottoposti ad ingiurie verbali e fisiche.

Dino

1Oggi Liebknechtstrasse

13 aprile 1944

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

M.-Stammlager XIA-544/51, 13 aprile 1944

Carissimi, la mia situazione si sta stabilizzando e, a mano a mano che il tedesco mi diventa una lingua comprensibile, sto scoprendo tante cose. Sapevo già che lo status di noi italiani non è quello dei prigionieri di guerra, altrimenti potremmo ricevere senza intoppi la corrispondenza, i pacchi e soprattutto le visite della Croce Rossa internazionale. Invece Hitler il 20 settembre 1943 ha deciso che noi italiani non siamo più prigionieri di guerra ma “Internati militari”, obbligandoci a portare dietro la schiena la scritta IMI, oppure ITAL o più semplicemente una I, dipinta con colore nero, come se fosse un marchio con cui identificarci al volo.

Proprio perché siamo italiani, ed essendo l’Italia del nord nelle mani dei tedeschi e dei loro alleati fascisti, non ci vogliono considerare prigionieri. Da qui lo stratagemma che li autorizza a trattarci come gli ultimi degli ultimi.

E’ tutta una camorra, vogliono farci credere che siccome siamo internati e non prigionieri, godiamo di maggiori diritti, ma non è vero, non è cambiato nulla. A noi, a differenza degli altri prigionieri di guerra, non spetta nemmeno il diritto di ricevere farmaci, per cui se ci si ammala si rischia la vita, o per la malattia o per le violenze usate per farci lavorare lo stesso.

La situazione resta quindi difficile ma, mentre all’inizio della prigionia noi italiani eravamo oggetto di ostilità, scherno e maligna soddisfazione sia da parte degli ex alleati tedeschi sia dagli ex nemici russi e francesi, dopo aver visto come ci trattano i tedeschi, gli altri prigionieri sono diventati solidali, provano compassione per noi. Anche perché i pacchi della Croce Rossa con caffè, the cioccolata e sigarette arrivano ai prigionieri di guerra francesi, belgi, polacchi, magiari e serbi, ma non a noi IMI o ai prigionieri russi.

Eppure sarebbe facile evitare il lavoro forzato, la fame, le umiliazioni, le botte e le malattie. Basterebbe firmare per combattere al fianco dei tedeschi. Però quasi nessuno accetta questa offerta che ci viene ripetuta sovente. Noi rimaniamo fedeli al giuramento fatto al nostro Re e non vogliamo combattere al fianco dei nostri attuali aguzzini. Meglio pagare con la vita la decisione di non piegarsi ai ricatti e alle violenze. Per convincerci ad aderire alla nuova repubblica sociale ricorrono ad ogni espediente. Non ultimo il lasciare in bella vista per alcuni giorni i firmatari, che vengono vestiti con abiti nuovi, curati e fatti sbafare a quattro palmenti. Ma nonostante questa tortura la grande maggioranza non si piega. Che vadano loro a combattere contro gli altri italiani.

Noi restiamo qui anche se impediscono alla Croce Rossa internazionale di venire a vedere come ci trattano. Dicono infatti che gli italiani rinchiusi nei lager non hanno bisogno della protezione della Croce Rossa perché siamo già sufficientemente tutelati sotto la custodia del grande Reich Germanico. Ma se qualcuno prova ad appellarsi alla convenzione di Ginevra viene immediatamente punito e maltrattato.

Per quanto riguarda il lavoro, adesso all’ingresso dei prigionieri nel campo i medici delle SS fanno subito una valutazione fisica a cui seguono due possibilità. O la morte immediata per chi non è sufficientemente robusto e in salute, o la morte sul lavoro per gli altri. Importanti industrie belliche come Polte e BRABAG hanno sempre più bisogno di forza lavoro, in particolar modo di lavoratori specializzati, per sostituire la manodopera tedesca inviata al fronte. Sfruttare il lavoro dei prigionieri è molto economico, consente enormi profitti. Ma nelle fabbriche,come so ben io, il concetto di sterminio dei nazisti trova modo di esprimersi attraverso terrore, torture, malnutrizione, malattie, infortuni sul lavoro, ecc.

Occorre resistere, perché la guerra sembra volgere al termine. Speriamo che così sia.

Vostro Dino

25 dicembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, Santo Natale 1943

Carissimi,

non so come, non so perché, ma sono ancora vivo. Il trattore sul cui rimorchio mi hanno caricato ieri sera ha viaggiato a lungo ed è arrivato prima dell’alba in un altro campo. Per tutta la notte ho avuto il mitra di una SS puntato contro la testa. Ho pensato di continuo “adesso mi fanno fuori, adesso mi fanno fuori”. E invece…

In questo campo ci sono molte più persone, non solo prigionieri di guerra e internati, ma anche molti civili.

A vederli, la prima sensazione è che qui la situazione non sia migliore, anche se sembrerebbe che le condizioni di vita siano più umane. Mi hanno dato anche una gamella di rape arancioni bollite, il mio pranzo di Natale!

Uomini e donne si muovono come spettri al buio nella nebbia del mattino, in attesa dell’appello. Alcuni prigionieri mi dicono che questo era un sottocampo del campo di sterminio di Ravensbruck, poi diventato un sottocampo di Buchenwald.

Da questo momento non sono nemmeno più un internato militare ma un prigioniero la cui identità è annullata, sono solo un numero. Più esattamente gefangenennummer 136693, ossia prigioniero numero 136693.

E’ pieno inverno, la temperatura è di diversi gradi sotto lo zero. Vedo che alcuni prigionieri vengono fatti uscire dalle baracche, vengono contati e selezionano quelli da eliminare perché ammalati o troppo deboli. Alcuni di loro mi raccontano sottovoce che i selezionati verranno uccisi, o come dicono loro eliminati, in quanto non più utili al lavoro e quindi un inutile peso.

Mi raccontano anche che a volte, durante gli appelli mattutini le SS sparano addosso ai prigionieri dei getti d’acqua. Con il freddo che fa c’è chi muore lì, nel piazzale: una statua, uno scheletro di ghiaccio.

Quando pensavo di aver già visto il peggio sono finito in un girone infernale forse ancora più crudele. Ma sono ancora vivo ed è come se fossi rinato una seconda volta. Forse non era ancora la mia ora. O forse mi hanno lasciato vivere perché posso essere ancora impiegato in qualche lavoro utile prima di morire, visto che ormai tutti gli uomini tedeschi, dai ragazzi agli anziani, sono stati inviati a combattere una guerra disperata sui vari fronti.

Vostro Dino

24 dicembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Germania li, 24 – 12 – 1943

Carissimi,

sono sul rimorchio di un trattore che sta attraversando la notte gelida verso una destinazione sconosciuta anche se immaginabile.

Ma è bene che vi racconti dall’inizio la disavventura che mi è capitata oggi. Proprio alla vigilia del Santo Natale, che una volta era un giorno di festa e oggi è un giorno tristissimo.

Come scrissi l’ultima volta, ho rifiutato più volte di diventare kapò. Quel ruolo mi fa ribrezzo. Meglio morire che infierire sui propri compagni o su altri internati che già così rischiano la vita ogni giorno per la fatica, gli stenti, le malattie e le percosse.

Ebbene, per convincermi ad accettare quell’incarico prima mi avevano offerto di non lavorare, di avere più cibo e qualche sigaretta. Poi mi hanno detto che avrei potuto tenere per me parte del cibo destinato agli altri prigionieri. Ma siccome ho continuato a dire di no, allora sono incominciate le vessazioni da parte del kapò che, come vi avevo già detto, mi ha preso di mira. Ogni volta che mi passava vicino mi insultava dandomi del maiale, del badogliano, del traditore. E ogni volta un calcio, uno sputo, un pugno, un colpo con il calcio del fucile.

Naturalmente non potevo replicare ma solo cercare di fargli capire che i suoi insulti e le sue angherie mi facevano un baffo, anche se le botte facevano male.

Ho resistito, Dio sa quanto ho resistito, ma oggi non ce l’ho più fatta e mi sono ribellato. L’indigenza della prigionia e la violenza gratuita del mio aguzzino mi hanno fatto perdere il controllo. Ed ho reagito.

Proprio in quel momento stavo pensando che domani è Natale e provavo un senso di rabbia mista ad impotenza nel sapere che ero lontano dai miei cari, quando il farabutto mi ha assestato un pugno in faccia, colpendomi in pieno un occhio.

Istintivamente l’ho colpito con la paletta di legno che avevo in mano, con tutta la mia forza, senza pensare alle possibili conseguenze.

Ho avuto solo il tempo di vederlo crollare a terra con il volto insanguinato che avevo già due fucili puntati alle tempie.

In quel preciso istante ho pensato che fosse meglio così, sarei morto senza tante storie e tutto sarebbe finito in un attimo.

E invece, dopo avermi colpito più volte facendomi cadere a terra, mi hanno ordinato di ritornare nella mia baracca.

Dopo qualche ora mi sono venuti a prendere e mi hanno caricato su questo rimorchio. Nel freddo della notte penso che mi giustizieranno e getteranno il mio corpo in una delle tante fosse comuni sparse nei boschi, di cui ho sentito parlare al campo.

Non potrò più rivedere i miei cari, ma forse è meglio così, tanto sarei morto lo stesso di qualche malattia, congelato, per la fame o per la fatica.

Non vedrò l’alba del Natale del 1943. E pensare che poco più di quattro mesi fa mi trovavo a Tripolis con i miei amici…

Dino

20 dicembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alleringersleben li, 20 – 12 – 1943

Carissimi,

sono sempre qui, ad Alleringersleben dove continuo a lavorare nello zuccherificio ma non sono più addetto al sollevamento dei sacchi di zucchero da cento kg per caricarli sui trattori.

Dall’ultima volta che ho scritto sono stato trasferito nel reparto presse, dove lo zucchero è allo stato liquido perché viene riscaldato ad alte temperature.

Mentre al mattino durante l’appello fa un freddo dell’accidente, qui nel reparto presse fa un caldo infernale. Anche se è pieno inverno siamo costretti a lavorare a torso nudo.

Sui filtri attraverso i quali passa lo zucchero liquido si deposita di continuo la calce che viene usata per depurarlo. Allora devo usare una paletta di legno per staccare la calce e farla scendere.

La vita è dura, ma stando alle presse ogni tanto riesco a mangiare di nascosto un po’ di zucchero e questo mi fa sentire ancora pieno di energie.

Le SS hanno finalmente capito che non c’è modo di convincermi a fare il kapò. Dovete sapere che nella nostra baracca c’è un kapò violento, che senza motivo apparente picchia i prigionieri, e voi sapete che se c’è una cosa che non sopporto sono le ingiustizie.

Siccome io imparo subito le lingue, già da un po’ di tempo riesco a capire il tedesco e a farmi capire a mia volta. Per questo motivo il kapò vuole obbligarmi a sorvegliare di notte i miei compagni di prigionia e a fare la spia. Per convincermi mi ripete sempre “tu dopo, non lavori più”.

Finora mi sono sempre rifiutato di ubbidire, così quello ha incominciato a picchiarmi. Non passa giorno che non mi tiri un pugno o mi prenda a schiaffi. Oltre al dolore provo un senso di rabbia impotente e di umiliazione, non so quanto resisterò.

Dino

30 novembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alleringersleben li, 30 – 11 – 1943

Carissimi,

sono passati quasi due mesi da quando mi hanno trasferito in questa piccola città dove sono costretto a lavorare in uno zuccherificio 10 – 12 ore al giorno. Devo riempire sacchi di zucchero con una grossa sessola di legno e poi li devo trasportare in un deposito.

Tutto quanto di peggio immaginavamo si è puntualmente avverato. I tedeschi, in spregio alle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra, ci obbligano a lavorare come schiavi e ci sottopongono ad un trattamento disumano.

Essere un internato militare vuol dire: nessun diritto, ogni sorta di violenza e privazione, la morte come unica via di uscita da questo inferno.

Durante il giorno ci obbligano a turni di lavoro massacranti dandoci da mangiare poco o niente. Di notte, nelle baracche siamo tormentati da ogni genere di parassiti. All’alba o anche prima ci svegliano per fare infiniti appelli al gelo.

E poi ci sono i kapò. Vi voglio descrivere questa figura che è quanto di più abietto possa immaginare mente umana.

I kapò sono prigionieri che, in cambio di piccoli favori come una maggior quantità di cibo, sono incaricati di mantenere l’ordine nei blocchi. I kapò vengono scelti tra i prigionieri di razza ariana, quindi anche italiani, ma in maggior parte si tratta di criminali comuni riconoscibili dal triangolo verde, e tra di loro ci sono dei veri e propri sadici.

I kapò più malvagi decidono in modo spietato della vita e della morte dei prigionieri e lo fanno in modo zelante perché se non aderiscono alla politica di gestione del campo possono essere sostituiti e lasciati così alla vendetta degli altri prigionieri. Per questo motivo i dirigenti dei campi scelgono con cura le persone cui affidare tale compito.

Che cosa assurda e ingiusta, un criminale che sottopone a ogni tipo di violenza, materiale e psicologica, decine e decine di innocenti, colpevoli solo di non aver accettato di combattere una guerra contro i propri connazionali al fianco dei nazisti e dei fascisti.

Ma questo non è tutto. Alcuni internati, nella speranza di ottenere del cibo o dei trattamenti speciali da parte dei kapò, fanno la spia riferendo loro quanto vedono, sentono o credono di aver intuito dei propri compagni.

Molti internati vivono nella paura costante di essere denunciati da un compagno senza aver fatto niente.

Come ci hanno detto ad Altengrabow. ogni tentativo di ribellione è impossibile, quello che noi stiamo vivendo e vedendo non sarà mai conosciuto da chi sta all’esterno, anche perché se raccontassimo queste cose nessuno ci crederebbe tanto sono enormi.

E purtroppo non è finita qui, perché le SS mi hanno messo gli occhi addosso.

Sarà perché ho gli occhi cerulei e parlo già abbastanza bene il tedesco, per loro potrei essere un kapò. Me lo ripetono tutti i giorni. Ma io non voglio e non posso tradire i miei amici e commilitoni. Che scelgano qualcun altro.

Sarà difficile uscire da questa situazione, anche se la guerra sta volgendo contro i nazisti. Ma la loro ferocia ci lascerà sopravvivere fino alla liberazione?

Vi voglio sempre più bene ogni giorno che passa nella paura di non potervi più rivedere.

Vostro Dino