30 giugno 1944

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Arbeitsskommando Polte-Magdeburg, 30 giugno 1944

Carissimi,

Corre voce che due anni fa questo campo in cui siamo prigionieri fosse stato la dimora dei prigionieri di guerra russi che, sembra impossibile, hanno subito un trattamento più disumano del nostro, peggiore del bestiame. Il pane veniva gettato loro attraverso i reticolati senza nessun ordine di distribuzione e questo era il loro unico sostentamento. Potete immaginare quale lotta ci fosse per strappare un pezzetto di pane. Abbandonati a se stessi non tardò a scoppiare un’epidemia di tifo che tolse la vita a migliaia di loro. Molti furono sotterrati nello stesso campo, come abbiamo potuto constatare noi stessi. Quando piove ed entra nel campo un carro pesante, si formano dei solchi nel terreno sabbioso e a volte rimane impantanato. Il lavoro di disincagliamento a volte fa venire alla luce dei teschi o altre ossa di corpo umano.

Un altro episodio che mi è capitato di vedere mi ha fatto capire che nemmeno da morti in questi luoghi è possibile trovare un po’ di in pace. Tre operai ebrei morti non so per quale motivo, sono stati avviati alla sepoltura ma, non avrei mai immaginato una cosa simile, quei miseri resti mortali sono stati portati nel luogo dove noi scarichiamo le immondizie del campo. Questa scena mi ha fatto riflettere. Fino a che punto può arrivare la cattiveria umana! Una discarica di immondizia sarà l’ultima dimora di quei poveretti, morti forse per gli stenti o per qualche malattia.

Ma non è tutto. Ieri mattina c’è stato, per la prima volta da quando sono arrivato qui, un bombardamento della città di Magdeburgo da parte degli americani. Per la prima volta all’allarme aereo delle sirene è seguita una pioggia di bombe. Il cielo era coperto da decine di bombardieri, ma la contraerea tedesca è riuscita ad abbatterne solo due. I tedeschi che lavorano alla Polte ci hanno detto che ci sono un centinaio tra morti e dispersi, oltre a centinaia di feriti e case distrutte.

A noi prigionieri è fatto divieto di andare nei rifugi antiaerei durante i bombardamenti, dove invece si accalcano i tedeschi. Così c’è chi resta in fabbrica, chi nelle baracche, chi cerca riparo almeno dalle schegge mortali degli ordigni nei paraschegge.

Il nostro reparto è controllato dalle S.S. e non possiamo allontanarci mai dalla loro vista neanche di qualche passo. Di notte dormiamo nelle baracche, 5 o 6 ore, non di più, ma quando ci sono gli allarmi aerei ci lasciano le baracche aperte e possiamo infilarci in una fossa scavata nel terreno.

Una notte, mentre le sirene suonavano e tutti cercavano rifugio, io e due miei compagni lombardi, abbiamo deciso di non restare nella fossa: morti per morti, abbiamo tentato di raggiungere la cucina situata in una baracca chiusa. Speravamo di trovare qualche patata avariata o di quelle rosicchiate che si buttano. Invece abbiamo trovato un sacco di patate un po’ avariate che i tedeschi avevano messo fuori dalla baracca della loro cucina in attesa di buttarle. Me le sono caricate in spalla e di soppiatto sono tornato nella mia baracca. Peccato però che il sacco fosse bucato e nel percorso le patate sono cadute quasi tutte a terra. Alla fine abbiamo mangiato solo un po’ di scarto che era rimasto in fondo al sacco. Nonostante la disdetta nei giorni seguenti abbiamo riso tra di noi raccontandoci a vicenda questo fatto.

Spero che questa guerra tremenda finisca presto e che i miei cari non siano in pericolo di vita, perché solo la voglia di rivederli mi fa sopportare tutto questo. Non vi ho ancora detto che qui con me c’è un mio coscritto di Valdellatorre, che si chiama Giuseppe Bertolotto, con il quale ci facciamo forza a vicenda.

Vostro Dino

13 aprile 1944

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

M.-Stammlager XIA-544/51, 13 aprile 1944

Carissimi, la mia situazione si sta stabilizzando e, a mano a mano che il tedesco mi diventa una lingua comprensibile, sto scoprendo tante cose. Sapevo già che lo status di noi italiani non è quello dei prigionieri di guerra, altrimenti potremmo ricevere senza intoppi la corrispondenza, i pacchi e soprattutto le visite della Croce Rossa internazionale. Invece Hitler il 20 settembre 1943 ha deciso che noi italiani non siamo più prigionieri di guerra ma “Internati militari”, obbligandoci a portare dietro la schiena la scritta IMI, oppure ITAL o più semplicemente una I, dipinta con colore nero, come se fosse un marchio con cui identificarci al volo.

Proprio perché siamo italiani, ed essendo l’Italia del nord nelle mani dei tedeschi e dei loro alleati fascisti, non ci vogliono considerare prigionieri. Da qui lo stratagemma che li autorizza a trattarci come gli ultimi degli ultimi.

E’ tutta una camorra, vogliono farci credere che siccome siamo internati e non prigionieri, godiamo di maggiori diritti, ma non è vero, non è cambiato nulla. A noi, a differenza degli altri prigionieri di guerra, non spetta nemmeno il diritto di ricevere farmaci, per cui se ci si ammala si rischia la vita, o per la malattia o per le violenze usate per farci lavorare lo stesso.

La situazione resta quindi difficile ma, mentre all’inizio della prigionia noi italiani eravamo oggetto di ostilità, scherno e maligna soddisfazione sia da parte degli ex alleati tedeschi sia dagli ex nemici russi e francesi, dopo aver visto come ci trattano i tedeschi, gli altri prigionieri sono diventati solidali, provano compassione per noi. Anche perché i pacchi della Croce Rossa con caffè, the cioccolata e sigarette arrivano ai prigionieri di guerra francesi, belgi, polacchi, magiari e serbi, ma non a noi IMI o ai prigionieri russi.

Eppure sarebbe facile evitare il lavoro forzato, la fame, le umiliazioni, le botte e le malattie. Basterebbe firmare per combattere al fianco dei tedeschi. Però quasi nessuno accetta questa offerta che ci viene ripetuta sovente. Noi rimaniamo fedeli al giuramento fatto al nostro Re e non vogliamo combattere al fianco dei nostri attuali aguzzini. Meglio pagare con la vita la decisione di non piegarsi ai ricatti e alle violenze. Per convincerci ad aderire alla nuova repubblica sociale ricorrono ad ogni espediente. Non ultimo il lasciare in bella vista per alcuni giorni i firmatari, che vengono vestiti con abiti nuovi, curati e fatti sbafare a quattro palmenti. Ma nonostante questa tortura la grande maggioranza non si piega. Che vadano loro a combattere contro gli altri italiani.

Noi restiamo qui anche se impediscono alla Croce Rossa internazionale di venire a vedere come ci trattano. Dicono infatti che gli italiani rinchiusi nei lager non hanno bisogno della protezione della Croce Rossa perché siamo già sufficientemente tutelati sotto la custodia del grande Reich Germanico. Ma se qualcuno prova ad appellarsi alla convenzione di Ginevra viene immediatamente punito e maltrattato.

Per quanto riguarda il lavoro, adesso all’ingresso dei prigionieri nel campo i medici delle SS fanno subito una valutazione fisica a cui seguono due possibilità. O la morte immediata per chi non è sufficientemente robusto e in salute, o la morte sul lavoro per gli altri. Importanti industrie belliche come Polte e BRABAG hanno sempre più bisogno di forza lavoro, in particolar modo di lavoratori specializzati, per sostituire la manodopera tedesca inviata al fronte. Sfruttare il lavoro dei prigionieri è molto economico, consente enormi profitti. Ma nelle fabbriche,come so ben io, il concetto di sterminio dei nazisti trova modo di esprimersi attraverso terrore, torture, malnutrizione, malattie, infortuni sul lavoro, ecc.

Occorre resistere, perché la guerra sembra volgere al termine. Speriamo che così sia.

Vostro Dino

12 marzo 1944

Krieggefangenenpost

An Signor Ferrero Luigi
Empfangsort: Alpignano
Strasse: Via P. Umberto 34
Kreis: ITALIA
Landesteil: Torino

Gebuhrenfreil

Absender:
Vor- una Zuname: Ferrero Dino
Gefangenennummer: 136693
Lager-Bezeichnung: M.-Stammlager XI A = 544/51
Deutschland (Allemagne)

12/3/44 – Miei carissimi, solo oggi mi è dato rispondere alla lettera di mamma in data 12/2 (modello della Croce Rossa) e che è stata la 2° pervenutami. E’ stato certamente un gran motivo di festa per me leggere le belle notizie in essa contenute, prima fra tutte, quella del pagamento del mio stipendio, e relativi arretrati. Non sarà certamente molto, ma è sempre un aiuto. Apprendo pure con gioia che la cara mamma è nuovamente lieta, da quando ha saputo di me. Siate certi che sto bene, con compagni che mi vogliono bene, e che sono sereno solo se vi saprò bene e senza tristezza. Pure io tornerò un giorno fra voi, e vi farò felici. Ieri è ricorso il 4° anniversario della mia lontananza da voi, e ho pensato a voi tutti con più frequenza. Ringrazio la cara mamma per il pacco, che però non è ancora pervenuto. Però ad altri amici sono già arrivati, e il mio non tarderà. Se avete occasione di mandarmene altro, se potete, mettete del “MOM”, delle caramelle, legumi o farine, ossia generi che possono essere cucinati, e, possibilmente, una bottiglina di colonia, perché ho la faccia screpolata quando faccio la barba. Soprattutto, se possibile, tabacco e cartine, e cioccolato in polvere. Non spaventatevi! E’ un elenco ma per farvi sapere ciò che potrebbe occorrermi. Termino, sperando vi giunga per augurarvi la Buona Pasqua. Baci Dino. Giovannitti

28 febbraio 1944

Krieggefangenenpost
An Signor Ferrero Luigi
Empfangsort: Alpignano
Strasse: Via P. Umberto 34
Kreis: ITALIA
Landesteil: Torino
Gebuhrenfreil

Absender:
Vor- una Zuname: Ferrero Dino
Gefangenennummer: 136693
Lager-Bezeichnung: M.-Stammlager (campo principale) XI A = 544/51
Deutschland (Allemagne)

Brandenburgo

28-2-44 = Carissimi. Mi è pervenuta l’altro ieri la vostra lettera che porta il timbro del 12/1.- Come dirvi la mia incontenibile gioia. Sono andato al lavoro contento, e tutta la notte sono stato un sorriso e un canto. E’ stato tanto desiderato da me quel momento, che non mi parve vero quando mi sentii chiamare e mi fù consegnata la lettera. Dopo sette mesi ho riavuto la gioia di rivedere le care grafie di tutti voi, e mi è tornata in cuore tanta felicità, che senza voi era svanita. Mamma mi dice di avere spedito già il giorno prima lettera di risposta. Finora non la ho avuta, ma martedì probabilmente si. Ringrazio mamma per l’interessamento nell’avvisare le mie conoscenze sulla mia salute e indirizzo. Voi, se volete scrivere anche quando non ricevete da me, potete ritirare gli appositi modelli alla C.R.I. o al Comune, o se no scrivere lettera con busta aperta e spedire senza affrancare. Per il pacco che spedirete, se potete trovarne, mandate latte in polvere o condensato, e farine o legumi secchi, che servono per fare ottime zuppe. E pure, se possibile, tabacco. E’ inteso, come già dissi, che non voglio assolutamente che mi mandiate roba, se siete in condizioni non facili in quanto a finanze. Scrivetemi di voi a lungo, e ditemi pure se la Prev. Sociale ha sospeso i pagamenti mensili. Saluti cari a Mary1, Cattani, ed a voi baci a mille, abbracci, al vostro Dino.

1Amica della sorella Wally

25 dicembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, Santo Natale 1943

Carissimi,

non so come, non so perché, ma sono ancora vivo. Il trattore sul cui rimorchio mi hanno caricato ieri sera ha viaggiato a lungo ed è arrivato prima dell’alba in un altro campo. Per tutta la notte ho avuto il mitra di una SS puntato contro la testa. Ho pensato di continuo “adesso mi fanno fuori, adesso mi fanno fuori”. E invece…

In questo campo ci sono molte più persone, non solo prigionieri di guerra e internati, ma anche molti civili.

A vederli, la prima sensazione è che qui la situazione non sia migliore, anche se sembrerebbe che le condizioni di vita siano più umane. Mi hanno dato anche una gamella di rape arancioni bollite, il mio pranzo di Natale!

Uomini e donne si muovono come spettri al buio nella nebbia del mattino, in attesa dell’appello. Alcuni prigionieri mi dicono che questo era un sottocampo del campo di sterminio di Ravensbruck, poi diventato un sottocampo di Buchenwald.

Da questo momento non sono nemmeno più un internato militare ma un prigioniero la cui identità è annullata, sono solo un numero. Più esattamente gefangenennummer 136693, ossia prigioniero numero 136693.

E’ pieno inverno, la temperatura è di diversi gradi sotto lo zero. Vedo che alcuni prigionieri vengono fatti uscire dalle baracche, vengono contati e selezionano quelli da eliminare perché ammalati o troppo deboli. Alcuni di loro mi raccontano sottovoce che i selezionati verranno uccisi, o come dicono loro eliminati, in quanto non più utili al lavoro e quindi un inutile peso.

Mi raccontano anche che a volte, durante gli appelli mattutini le SS sparano addosso ai prigionieri dei getti d’acqua. Con il freddo che fa c’è chi muore lì, nel piazzale: una statua, uno scheletro di ghiaccio.

Quando pensavo di aver già visto il peggio sono finito in un girone infernale forse ancora più crudele. Ma sono ancora vivo ed è come se fossi rinato una seconda volta. Forse non era ancora la mia ora. O forse mi hanno lasciato vivere perché posso essere ancora impiegato in qualche lavoro utile prima di morire, visto che ormai tutti gli uomini tedeschi, dai ragazzi agli anziani, sono stati inviati a combattere una guerra disperata sui vari fronti.

Vostro Dino

24 dicembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Germania li, 24 – 12 – 1943

Carissimi,

sono sul rimorchio di un trattore che sta attraversando la notte gelida verso una destinazione sconosciuta anche se immaginabile.

Ma è bene che vi racconti dall’inizio la disavventura che mi è capitata oggi. Proprio alla vigilia del Santo Natale, che una volta era un giorno di festa e oggi è un giorno tristissimo.

Come scrissi l’ultima volta, ho rifiutato più volte di diventare kapò. Quel ruolo mi fa ribrezzo. Meglio morire che infierire sui propri compagni o su altri internati che già così rischiano la vita ogni giorno per la fatica, gli stenti, le malattie e le percosse.

Ebbene, per convincermi ad accettare quell’incarico prima mi avevano offerto di non lavorare, di avere più cibo e qualche sigaretta. Poi mi hanno detto che avrei potuto tenere per me parte del cibo destinato agli altri prigionieri. Ma siccome ho continuato a dire di no, allora sono incominciate le vessazioni da parte del kapò che, come vi avevo già detto, mi ha preso di mira. Ogni volta che mi passava vicino mi insultava dandomi del maiale, del badogliano, del traditore. E ogni volta un calcio, uno sputo, un pugno, un colpo con il calcio del fucile.

Naturalmente non potevo replicare ma solo cercare di fargli capire che i suoi insulti e le sue angherie mi facevano un baffo, anche se le botte facevano male.

Ho resistito, Dio sa quanto ho resistito, ma oggi non ce l’ho più fatta e mi sono ribellato. L’indigenza della prigionia e la violenza gratuita del mio aguzzino mi hanno fatto perdere il controllo. Ed ho reagito.

Proprio in quel momento stavo pensando che domani è Natale e provavo un senso di rabbia mista ad impotenza nel sapere che ero lontano dai miei cari, quando il farabutto mi ha assestato un pugno in faccia, colpendomi in pieno un occhio.

Istintivamente l’ho colpito con la paletta di legno che avevo in mano, con tutta la mia forza, senza pensare alle possibili conseguenze.

Ho avuto solo il tempo di vederlo crollare a terra con il volto insanguinato che avevo già due fucili puntati alle tempie.

In quel preciso istante ho pensato che fosse meglio così, sarei morto senza tante storie e tutto sarebbe finito in un attimo.

E invece, dopo avermi colpito più volte facendomi cadere a terra, mi hanno ordinato di ritornare nella mia baracca.

Dopo qualche ora mi sono venuti a prendere e mi hanno caricato su questo rimorchio. Nel freddo della notte penso che mi giustizieranno e getteranno il mio corpo in una delle tante fosse comuni sparse nei boschi, di cui ho sentito parlare al campo.

Non potrò più rivedere i miei cari, ma forse è meglio così, tanto sarei morto lo stesso di qualche malattia, congelato, per la fame o per la fatica.

Non vedrò l’alba del Natale del 1943. E pensare che poco più di quattro mesi fa mi trovavo a Tripolis con i miei amici…

Dino

20 dicembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alleringersleben li, 20 – 12 – 1943

Carissimi,

sono sempre qui, ad Alleringersleben dove continuo a lavorare nello zuccherificio ma non sono più addetto al sollevamento dei sacchi di zucchero da cento kg per caricarli sui trattori.

Dall’ultima volta che ho scritto sono stato trasferito nel reparto presse, dove lo zucchero è allo stato liquido perché viene riscaldato ad alte temperature.

Mentre al mattino durante l’appello fa un freddo dell’accidente, qui nel reparto presse fa un caldo infernale. Anche se è pieno inverno siamo costretti a lavorare a torso nudo.

Sui filtri attraverso i quali passa lo zucchero liquido si deposita di continuo la calce che viene usata per depurarlo. Allora devo usare una paletta di legno per staccare la calce e farla scendere.

La vita è dura, ma stando alle presse ogni tanto riesco a mangiare di nascosto un po’ di zucchero e questo mi fa sentire ancora pieno di energie.

Le SS hanno finalmente capito che non c’è modo di convincermi a fare il kapò. Dovete sapere che nella nostra baracca c’è un kapò violento, che senza motivo apparente picchia i prigionieri, e voi sapete che se c’è una cosa che non sopporto sono le ingiustizie.

Siccome io imparo subito le lingue, già da un po’ di tempo riesco a capire il tedesco e a farmi capire a mia volta. Per questo motivo il kapò vuole obbligarmi a sorvegliare di notte i miei compagni di prigionia e a fare la spia. Per convincermi mi ripete sempre “tu dopo, non lavori più”.

Finora mi sono sempre rifiutato di ubbidire, così quello ha incominciato a picchiarmi. Non passa giorno che non mi tiri un pugno o mi prenda a schiaffi. Oltre al dolore provo un senso di rabbia impotente e di umiliazione, non so quanto resisterò.

Dino

30 novembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alleringersleben li, 30 – 11 – 1943

Carissimi,

sono passati quasi due mesi da quando mi hanno trasferito in questa piccola città dove sono costretto a lavorare in uno zuccherificio 10 – 12 ore al giorno. Devo riempire sacchi di zucchero con una grossa sessola di legno e poi li devo trasportare in un deposito.

Tutto quanto di peggio immaginavamo si è puntualmente avverato. I tedeschi, in spregio alle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra, ci obbligano a lavorare come schiavi e ci sottopongono ad un trattamento disumano.

Essere un internato militare vuol dire: nessun diritto, ogni sorta di violenza e privazione, la morte come unica via di uscita da questo inferno.

Durante il giorno ci obbligano a turni di lavoro massacranti dandoci da mangiare poco o niente. Di notte, nelle baracche siamo tormentati da ogni genere di parassiti. All’alba o anche prima ci svegliano per fare infiniti appelli al gelo.

E poi ci sono i kapò. Vi voglio descrivere questa figura che è quanto di più abietto possa immaginare mente umana.

I kapò sono prigionieri che, in cambio di piccoli favori come una maggior quantità di cibo, sono incaricati di mantenere l’ordine nei blocchi. I kapò vengono scelti tra i prigionieri di razza ariana, quindi anche italiani, ma in maggior parte si tratta di criminali comuni riconoscibili dal triangolo verde, e tra di loro ci sono dei veri e propri sadici.

I kapò più malvagi decidono in modo spietato della vita e della morte dei prigionieri e lo fanno in modo zelante perché se non aderiscono alla politica di gestione del campo possono essere sostituiti e lasciati così alla vendetta degli altri prigionieri. Per questo motivo i dirigenti dei campi scelgono con cura le persone cui affidare tale compito.

Che cosa assurda e ingiusta, un criminale che sottopone a ogni tipo di violenza, materiale e psicologica, decine e decine di innocenti, colpevoli solo di non aver accettato di combattere una guerra contro i propri connazionali al fianco dei nazisti e dei fascisti.

Ma questo non è tutto. Alcuni internati, nella speranza di ottenere del cibo o dei trattamenti speciali da parte dei kapò, fanno la spia riferendo loro quanto vedono, sentono o credono di aver intuito dei propri compagni.

Molti internati vivono nella paura costante di essere denunciati da un compagno senza aver fatto niente.

Come ci hanno detto ad Altengrabow. ogni tentativo di ribellione è impossibile, quello che noi stiamo vivendo e vedendo non sarà mai conosciuto da chi sta all’esterno, anche perché se raccontassimo queste cose nessuno ci crederebbe tanto sono enormi.

E purtroppo non è finita qui, perché le SS mi hanno messo gli occhi addosso.

Sarà perché ho gli occhi cerulei e parlo già abbastanza bene il tedesco, per loro potrei essere un kapò. Me lo ripetono tutti i giorni. Ma io non voglio e non posso tradire i miei amici e commilitoni. Che scelgano qualcun altro.

Sarà difficile uscire da questa situazione, anche se la guerra sta volgendo contro i nazisti. Ma la loro ferocia ci lascerà sopravvivere fino alla liberazione?

Vi voglio sempre più bene ogni giorno che passa nella paura di non potervi più rivedere.

Vostro Dino

30 settembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Altengrabow Stalag XIA li, 30 – 9 – 1943

Carissimi,

è già passata una settimana da quando siamo arrivati al campo di Altengrabow. Qui è appena incominciato l’autunno ma fa già freddo. E c’è un andirivieni di militari, soprattutto italiani, che arrivano e partono.

Ho raccolto un po’ di informazioni in questo periodo ed ho scoperto che siamo vicini alla città di Magdeburrgo, che dista solo 35 chilometri verso ovest.

Questo campo era stato costruito inizialmente come una grande caserma in cui venivano addestrati i militari tedeschi. C’era un poligono per le esercitazioni e grandi scuderie per cavalli. Da quando i militari sono stati inviati sui vari fronti ed è aumentato il numero dei prigionieri, gli edifici sono stati modificati per diventare un campo di concentramento. Sono anche riuscito a trovare una cartolina di come era una volta il campo.

I primi prigionieri sono stati i polacchi nel 1939, poi tutti gli altri, a migliaia, soprattutto russi. Si racconta che a un certo momento una parte del campo fosse stata destinata solo ai russi perché l’Unione Sovietica non aveva firmato la convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. Per questo motivo i nazisti infierirono in modo disumano sui prigionieri russi, infliggendo loro sofferenze inenarrabili tanto da causare la morte della maggior parte di essi.

Si racconta anche, ma è difficile credere a così tanta barbarie, che i russi morti furono sepolti senza alcuna cerimonia in fosse comuni fuori del campo.

Venendo a noi le condizioni di prigionia sono terribili. Ogni mattina presto (a volte anche di notte) ed ogni pomeriggio viene fatto l’appello. Ci inquadrano tutti fuori dalle baracche ed inizia l’appello che a volte dura ore, durante le quali dobbiamo rimanere fermi immobili ed in silenzio, se no sono botte. Se poi i conti non tornano si ripete l’appello anche più volte.

Di notte è difficile dormire, fa freddo e siamo continuamente tenuti svegli da quelle bestioline che pascolano nei nostri vestiti e su di noi. Il cibo poi è scarso e disgustoso, brodaglia in cui a volte si trova qualche pezzo di verdura, una pagnotta da dividere in tanti, a volte un po’ di margarina. Il morale è ogni giorno più basso, in attesa di essere trasferiti nei campi di diestinazione definitiva che qui chiamano Arbeitskommando.

Come se tutto ciò non bastasse circola voce che anche noi italiani, come i russi, non avremo lo status giuridico di prigionieri di guerra. Contrariamente alle Convenzioni e agli accordi firmati dal governo tedesco, ci obbligheranno a lavorare nei campi o nelle fabbriche di armi.

Pare che sia stato un ordine diretto di Hitler che ha detto che non saremo più considerati prigionieri di guerra ma internati militari italiani. Cosa voglia dire esattamente non lo sappiamo, ma lo scopriremo presto.

Mi mancate tanto e mi mancano le vostre lettere. Ma sono sicuro che prima o poi tutto questo finirà e torneremo a vivere felici insieme.

Vostro Dino

14 settembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Altengrabow li, 14 – 9 – 1943

Carissimi,

il lungo viaggio verso la prigionia è terminato. Siamo arrivati in un grandissimo campo di detenzione in una località che si chiama Altengrabow. Il posto si chiama Stalag XIA, dove Stalag sta per Stammlager ossia campo di prigionia per prigionieri di guerra.

Siamo a migliaia, non solo italiani, ma anche prigionieri di molte altre nazionalità, soprattutto polacchi e russi. Molti di noi sono appena arrivati, ma quelli che sono qui da più tempo ci hanno detto che la permanenza ad Altengrabow dura poco. Poi si viene smistati in altri campi più piccoli.

E’ passata meno di una settimana dall’8 di settembre, ma sembra un secolo. I tedeschi ci hanno imbrogliato, hanno mancato alla parola data. In perfetta malafede ci avevano promesso di rimpatriarci in cambio della nostra resa. I nostri ufficiali riponevano ancora fiducia nei vecchi compagni d’armi e questo ha influito sulla loro decisione e sulla nostra sorte.

Noi ci arrendemmo perché non avevamo alternative, se non quella di abiurare al giuramento di fedeltà al Re e poi perché eravamo stufi dopo tre anni di guerra.

Quello che è successo dopo ve l’ho già raccontato. Il 9 ci fu anche un messaggio radio che diceva che le truppe italiane sarebbero rientrate al più presto in Italia e che il primo treno sarebbe partito l’11 settembre.

E in effetti il nostro treno partì l’11 di settembre, ma con ben altra destinazione!

Anche oggi, quando siamo scesi dal treno, siamo stati radunati e un ufficiale tedesco ci ha detto che avevamo cinque minuti di tempo per decidere se stare dalla parte di Mussolini o da quella di Badoglio. E che in questo caso saremmo stati internati nel campo di prigionia.

Quasi nessuno ha risposto di si. A quel punto ci hanno fatto entrare in uno stanzone dove siamo stati ispezionati e privati del denaro e degli oggetti più preziosi che avevamo con noi, compreso il mio orologio. Poi a gruppi di una sessantina ci hanno condotti nelle nostre baracche, fredde, umide e sporche.

Per dormire ci sono dei letti a castello a tre piani. Ogni piano è formato da due tavole di legno dove ci stanno due persone, quindi in sei ogni letto a castello.

Gli altri prigionieri ci hanno già avvisato che ogni mattina prima dell’alba ed ogni pomeriggio viene fatto l’appello per controllare che non manchi nessuno. Questi appelli a volte durano ore…

Questa mattina ci hanno dato da bere solo un intruglio amaro e nel pomeriggio un pane nero e duro, con una brodaglia di rape.

E’ pur sempre meglio di quanto abbiamo ricevuto durante il viaggio, ossia niente. Tre giorni e tre notti di tortura su quel maledetto carro, arsi dalla sete, tormentati dal caldo, pigiati e impediti a soddisfare i bisogni più impellenti. Un inferno da non augurare a nessuno se non a chi ci ha messo.

Che triste destino ci attende!?

Vostro Dino