13 novembre 1944

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 13 novembre 1944.

Nelle ultime settimane la vita qui è proseguita più o meno come al solito. Con l’avanzare dei mesi le ore di sole (quando c’è) diventano sempre di meno e la temperatura si fa sempre più rigida.

Nel campo femminile ora ci sono quasi 2.500 prigioniere. Queste schiave, perché non c’è altro modo per definirle, lavorano in condizioni terribili su due turni di 12 ore, interrotto solo da una pausa di un’ora. Lavorano a contatto con sostanze chimiche estremamente pericolose, veri e propri veleni, senza nessuna protezione. Lavorano nei diversi reparti dello stabilimento: nella zona di decapaggio, in quella di perforazione e nell’area di laccatura. Altre si occupano della pulizia delle munizioni e della pressatura degli involucri del guscio. Le difficili condizioni di lavoro, soprattutto per la malnutrizione o l’inesperienza, sono la principale causa dei molti incidenti sul lavoro che capitano ogni giorno, alcuni dei quali anche mortali.

Oltre alle difficili condizioni di lavoro e alla malnutrizione, si aggiunge l’inadeguatezza totale dell’abbigliamento. A loro non spetta né biancheria intima né scarpe, per cui devono arrangiarsi come possono. Molte soffrono di disturbi respiratori, alcune di tubercolosi e di malattie della pelle credo causate dalle sostanze chimiche che sono costrette a maneggiare senza protezioni.

Una settimana fa è arrivato anche un convoglio con altri uomini ebrei da Stuttenhof. Questi uomini sono stati richiesti dalla direzione della Polte come operai specializzati per sostituire un distaccamento di prigionieri di guerra. Già prima della partenza da Stutthof sono stati scelti tra gli uomini in salute e in possesso di qualifiche professionali, in modo da poterli subito utilizzare in fabbrica nei vari reparti produttivi. Sono lettoni, lituani, polacchi e tedeschi. In questo momento gli uomini prigionieri sono quindi più di 500, ma tra di loro i morti non sono tanti per il semplice motivo che quando un prigioniero non è più produttivo, perché inabile al lavoro in quanto ammalato o ferito, viene inviato al campo di sterminio di Buchenwald ed immediatamente ucciso e cremato.

Eppure da quello che si vede qui e dalle notizie che circolano, la Germania sta per essere travolta e distrutta dalla guerra che lei stessa ha iniziato e a cui noi italiani ci siamo accodati.

In questa nuova situazione il nostro passaggio da IMI a lavoratori civili ci ha permesso di venire a contatto con molti civili tedeschi. Alcuni ci disprezzano ancora, soprattutto i ragazzi della gioventù hitleriana che sono dei fanatici pericolosi.

Ho conosciuto un signore che come tutti ha paura a manifestare in pubblico quel che pensa veramente, ma siccome di un prigioniero non ha troppo timore, mi ha detto che questa follia non terminerà con una resa, ma si continuerà a combattere perché Hitler sa che la resa sarebbe la fine, sua e del popolo tedesco, con deportazioni di massa nei campi della Siberia. E i vari decreti che vietano ai tedeschi di avere contatti con gli stranieri hanno proprio lo scopo di non smascherare le menzogne della propaganda.

I tedeschi poi hanno paura l’uno dell’altro. Se sono da soli si dichiarano contro Hitler e si lamentano del regime, ma se si trovano insieme allora se ne guardano bene dal dirlo.

Le donne invece, forse in mancanza di uomini giovani, ci riempiono di attenzioni, ad esempio fornendoci di nascosto del cibo. Il solo poter parlare con una ragazza per noi è già un modo per tornare ad una condizione più umana che il lager sembrava avere cancellato per sempre. A complicare queste storie, già di per sé tormentate, ci si mettono anche le famiglie, italiane e tedesche. Esse non vogliono correre il rischio di imparentarsi con quei soldati o con quelle signorine straniere, provenienti da un paese amico poi diventato nemico, accusato dei lutti e delle sofferenze reciproci.

Per quanto mi riguarda, con la ragazza di cui vi ho scritto l’ultima volta ci vediamo quasi tutti i giorni. Purtroppo i suoi genitori non lo sanno perché non vogliono che lei frequenti un italiano, per giunta prigioniero, anche se ormai equiparato ad un civile. Così non ho mai potuto accompagnarla fino a casa sua. Peccato, è una ragazza così cara e gentile.

Chissà, quando finirà questa guerra forse potrà venire con me ad Alpignano. Sono sicuro che conoscendola non potrete che convenire sul fatto che è proprio una brava ragazza.

Ieri era domenica e sono andato con lei a prendere un caffè e a fare una passeggiata. Le ho fatto leggere questa lettera. Lei è preoccupata di quello che diranno i nostri genitori e per la concreta possibilità che ci dovremo separare. La cosa mi ha rattristato molto. Forse ha ragione lei, non ci sono molte speranze, anche perché qui le nostre vite, tra bombardamenti e violenze, sono sempre appese a un filo.

Dino.