15 ottobre 1944

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Magdeburgo, 15 ottobre 1944

Mentre continuano i bombardamenti su Magdeburgo e i nostri scavi, si è un po’ allentata la morsa dei controlli su noi italiani che, come avevo già scritto, siamo diventati lavoratori civili e quindi possiamo girare liberamente in città tra un turno di lavoro e l’altro, con l’unico obbligo di rientrare al campo entro le ore 20 perché se no si rischia grosso. Il ritardo è punito con la prigione civile. In compenso si può andare al cinema o al bar e partecipare alle funzioni religiose, ma i vantaggi economici che ci avevano promesso sono subito venuti meno a causa del regime e dell’economia ormai sull’orlo del collasso.

Possiamo vestire abiti civili, ma i tedeschi in genere si rifiutano di fornirci nuovi indumenti. Nonostante abbia pochi indumenti disponibili, cerco sempre di vestirmi con cura. Così capita che, durante gli scavi, troviamo qualche abito ancora utilizzabile, ma bisogna stare attenti perché la Gestapo può fucilare sul posto chi si rende responsabile di saccheggio. Scambiando alcuni abiti recuperati di nascosto sono riuscito a procurarmi un lungo cappotto nero che oltre a tenermi caldo nei mesi invernali mi servirà per nascondere i vestiti di pessima qualità che sono riuscito a trovare, così do meno nell’occhio, anche perché ormai parlo abbastanza bene il tedesco.

Il fatto di poter circolare liberamente dalle 6 alle 18 quando si fanno i turni di notte, e dalle 18 alle 20 quando si fanno i turni di giorno, consente di avere più contatti con quella parte di popolazione che ci è meno ostile. Soprattutto le ragazze e le donne, visto che la gran parte degli uomini dai 16 ai 60 anni è partita per il fronte e molti non torneranno più.

Tuttavia i nazisti, ben consapevoli che tra le donne tedesche ed i prigionieri possono esserci contatti, hanno emesso un’ordinanza con cui vengono vietati tutti i rapporti tra lavoratori civili italiani e donne tedesche. La violazione comporta come minimo l’invio ai campi di rieducazione lavorativa, o almeno così ci hanno detto quando siamo stati ammoniti sui gravi rischi cui potremmo andare incontro. Ma le minacce non fermano né noi né loro. Ho conosciuto diverse ragazze tedesche sul lavoro, tra le quali una in particolare è molto carina e gentile. Si chiama Josefine di nome e Klara di cognome, ma io l’ho subito ribattezzata Claretta, un po’ per gioco e un po’ per parlarne liberamente senza che qualcuno possa identificarla.

Un giorno mentre facevo il mio solito lavoro di carico e trasporto delle cassette di munizioni l’ho vista da lontano, le ho sorriso e le ho fatto un cenno con la mano. Anche lei ha sorriso e mi ha risposto timidamente. Così, finito il turno alle 18, l’ho aspettata davanti al portone della fabbrica. Abbiamo chiacchierato un po’ lungo la strada che porta a casa sua. Lei sapeva già che guido un muletto elettrico per trasportare le munizioni preparate dagli operai al deposito. Ha 19 anni e lavora negli uffici della Polte dall’agosto del 1943.

Da allora ci siamo visti quasi tutti i giorni all’uscita dal lavoro. L’accompagno, camminiamo e parliamo mentre lei torna a casa, dove vive con i genitori, in Olvenstedter Scheid 6 a poco più di tre chilometri dalla fabbrica e dal campo. I miei compagni ritirano la cena per me, ma devo sbrigarmi a tornare e stare attento a non rientrare dopo le 20 perché a quell’ora il campo viene chiuso.

Invece i prigionieri ebrei mandati da Buchenwald continuano ad essere sorvegliati a vista dalle SS.

Dino

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