14 giugno 1940

Foresto li 14.6.40.XVIII

Carissimi papà e mamma,

finalmente ora, ma non sono ancora sicuro se potrò senza essere disturbato, posso scrivervi. Ho ricevuto in due giorni 3 lettere e i francobolli. Vi ringrazio di tutto cuore del pensiero, ché in realtà lassù in montagna non vi era nemmeno carta da lettera.

Ora siamo qui in pianura, a Foresto, un allegro paesetto vicino a Bussoleno. Sono già 4 giorni che siamo qui e non ci possiamo lamentare per la vita che vi si conduce. Quando siamo arrivati in pianura, ci è sembrato di essere in Paradiso. Si sono rivisti i prati pieni d’erba, le belle piante con le foglie, e più importante, le ciliegie! Lassù erano solo pietre e reticolati. Sono già due sere che mi succede sempre qualche contrarietà che mi impedisce di scrivere. Ora, siccome gli uomini sono sempre al lavoro ai passi, io con altri due radiotelegrafisti monto in permanenza di guardia armata o di capo posto. Così ormai è per giorno e notte, chissà fino a quando. Stanotte ho dormito ad esempio quattro ore dalle 12 alle 4. Quando siamo partiti dal Moncenisio è domenica sera, alle 11.

Siamo arrivati a Valle alle ore 6 del mattino di lunedì dopo tutta una notte di marcia a piedi. Avevamo i piedi dolenti e i più si sono buttati sull’erba addormentandosi per riposare delle fatiche. Lassù in montagna ti ho spedito una lettera e due cartoline.

Poi un’altra lettera e una cartolina di Foresto. Mi meraviglio come non hai ricevuto.

Un mio amico di Milano ha pure scritto alla mamma, e da un mese non fa che ricevere lettere nelle quali gli si chieda la ragione del suo mutismo. Comunque spero che questa lettera ti giunga, altrimenti manderò una cartolina aperta. Ho letto che ti preoccupi della mia salute. Non dartene peso cara mamma, sto bene, e del resto la guerra per il momento non la vediamo. Se restiamo qui, come ormai è quasi certo, stai sicura, non mi accadrà niente.

E papà dice che cominciano a chiamare i vecchi rammolliti come lui. Fossero tutti così i vecchi rammolliti! Il mondo andrebbe diversamente. E mi dice pure che verrà a svegliarmi. Più sveglio di come sono continuamente adesso non so come mi si può fare restare! Spero però che non lo chiamino, perché sta con voi a guidarvi.

Del vaglia nessuna novità, ma non ti preoccupare, arriverà… Io ero andato giù a valle del monte dove eravamo, e avevo chiesto dell’impresa che diceva l’ing. quando lo ho incontrato, nell’incontro che avevo descritto nella prima lettera, ma avevo trovato niente. Lassù faceva tanto freddo, e abbiamo mangiata tanta neve. Eravamo più precisamente al passo Finestre.

Avete visto intanto che i tedeschi sono a Parigi? E noi che belle azioni che facciamo?

L’unico dispiacere è per la vigliacca incursione su Torino! Vi ringrazio di tutto, e fra due giorni riscriverò. Comunque se verrete su, io sono qua… E come va. State tutti bene.

Ah, dimenticavo. Ho letto della nonna. Quante storie hanno ancora per la testa! E’ proprio vero che il senno è nella luna! A Silvana e Wally mando un vivo ringraziamento per le belle parole scrittemi, e le invito ad essere sempre brave. A voi tutti un augurone, la raccomandazione di fare attenzione quando suonano le sirene. Sono sempre in pena. Tanti bacioni e a rivedervi presto.

Vostro Dino

20 marzo 1940

Venaria Reale 20.3.40

Cara mamma,

Sono un po’ di giorni che mi sono fatto un po’ muto. E’ da sabato passato.

Domenica è venuto papà con Giga1, e poi per tutto il giorno non ho avuto più un minuto libero. Poi lunedì, martedì e oggi non ho più avuto un minuto libero. Tra il preparare i libretti personali delle nuove reclute , il vestirle, ecc. non ho avuto più un minuto libero. In questi giorni non ho più scritto; avessi voluto appena una cartolina, non avrei potuto.

Stamane mi sono alzato alle ore 4 dopo avere dormito sulla nuda paglia.

Abbiamo preso il treno e siamo andati a Torino, da cui ci siamo recati a Condove, passando per Alpignano. Ho visto dal treno un pezzo della nostra casa, e mi è dispiaciuto immensamente di non potere scendere. Ho visto pure il sig. Bellagarda; a S. Ambrogio il capo stazione Goria, e a Condove l’altro capo stazione. Ho detto a tutti di salutare papà.

Quà siamo alloggiati in un teatrino delle suore; è una costruzione in legno, ma più comoda che a Venaria. Si dorme sopra i materassi a terra, e non posso dire di stare male. Sono stato messo nel corpo specializzato che è il migliore e dei meno attaccati alla fatica. In fureria non c’è posto, perché anche se ci fossero mille soldati disposti, non li piglierebbero, essendoci solo un ufficio, con un sergente. E’ cominciata veramente la “naia”.

Voglio che per la Pasqua giungano a voi tutti i più fervidi auguri, con il più sentito voto di sapervi in salute e allegri.

Ora a Condove mi puoi scrivere, perché restiamo qua in permanenza.

Ti raccomando di non mettere nell’indirizzo la destinazione “Condove”. Mi ha detto il tenente che qualunque soldato ricevesse una lettera così indirizzata sarebbe consegnato. Ti prego perciò di scrivere ben chiaro così:

all’artigliere

Ferrero Bernardino

59° Regg. Art. di f.2 divisione Cagliari

2° batteria I° gruppo

Posta militare

Adesso, essendo quasi l’ora di dormire, suonerà il silenzio. Ti lascio così, sperando di ricevere presto qualche lettera, e colla assicurazione che ora scriverò molto sovente. Tanti baci a tutti e pure a te baci e abbracci. Dì a Pippo3 di venirmi poi a trovare. Tuo figlio

Dino

1 Soprannome della sorella Wally

2 59° Reggimento Artiglieria di fanteria Divisione Cagliari

3 Giuseppe Ferrero, cugino di Dino

11 marzo 1940

Venaria Reale 11-3-40 XVIII

Carissimi,

vi scrivo dalla caserma di artiglieria di Venaria Reale, sono circa le 20.30. Stamattina sono andato in via G. Verdi al distretto e sono stato sino alle ore 15. Prima di mezzogiorno ho passata la visita e mi volevano mettere nel genio telegrafisti.

Ma sentendo che l’artiglieria la tenevano in Piemonte, ho chiesto se vi potevo essere ammesso, e senza discutere il colonnello mi ha accontentato; ma mi ha detto che siccome mi ha soddisfatto nel mio desiderio, mi mandava a Cagliari. Io mi sono pentito della proposta, tanto più che mi ha detto che se restavo nel genio mi lasciavano a Torino alla caserma del 92° fanteria. Ho preso la cartolina con gran dispiacere. Ma mentre mi mettevo le scarpe, posando gli occhi sul foglio della destinazione, ho letto “Venaria Reale” e sono saltato su dalla gioia. Oggi sono venuto con gli altri alla Venaria, e mi hanno chiesto un sacco di cose.

Gli studi, le lingue estere che conoscevo, se sapevo scrivere a macchina, e che mestiere facevo.

Ho detto che facevo il disegnatore. Mi hanno detto che quasi certamente mi faranno disegnare.

Oggi sono vestito in borghese. A Torino mi hanno dato £ 4.15 per mangiare, e così per oggi ho dovuto comprare allo spaccio, domattina mi passeranno un’altra visita, e poi mi vestiranno in divisa.

Qui alla Venaria siamo tutti del ’19 e del ’20 solamente nella nostra camerata. Per ora tra due batterie siamo circa 16, e dobbiamo aspettare che ne arrivi ancora qualcuno per andare via di qui. Andremo a Condove, vicino a S. Ambrogio, e così Pippo mi verrà a trovare se vuole. Il nostro reggimento è di stanza a Casale Monferrato, ed ora è dislocato qui. Questa estate andremo al Sestriere o su di lì. Qui a Venaria resteremo ancora 7 o 8 giorni nel frattempo non potete scrivere a me, perché non arriverebbero le lettere; mi scriverete quando sarò a Condove e vi manderò l’indirizzo.

Sono nella artiglieria ippotrainata; è quasi come la cavalleria. Abbiamo una divisa che mi piace molto, e al confronto delle altre, credo non ve ne sia una migliore. Abbiamo pantaloni alla cavallerizza con rinforzi, gambali, belle giacche e bei scarponi. Appena mi lasceranno, andrò a cercare di Giusto che è di fianco a noi, e dalle finestre si vedono i loro cannoni e trattori.

Vi lascio perché faccio conto di dormire questa prima notte. Dormiamo nella paglia, abbiamo 4 coperte, si sta molto bene. Raccomando a Mamma di non piangere, e a Giga di cantare la canzone a Larduni.

Spero state bene. Tanti baci.

Dino