BRUNO PENNA
α Alpignano (TO), 10 marzo 1922
Ω Alpignano (TO), 1 giugno 2002
Numero di matricola: 25681 quater
Gefngenennummer 173526
Luoghi di internamento: Stalag X C Nienburg Wesel, Wilhelmshaven, Sande e Oldenburg.
BIOGRAFIA SINTETICA

Nato ad Alpignano (TO) il 10/3/1922. Figlio di Giovanni (nato a Chivasso) e di Giuseppina Verney (nata ad Alpignano). Sposato l’8 maggio 1948 nella Chiesa di San Martino a Rivoli con Adele Rossino da cui ebbe una figlia, Luisa. Nel frattempo Bruno aveva trovato lavoro alla Lancia prima come addetto alla rimessa e poi come collaudatore al banco, lavoro che svolse dal 1946 fino a quando andò in pensione. Bruno ha dedicato tutta la vita ad Adele e Luisa, al lavoro e all’orto di casa. Quest’ultima attività la svolgeva dopo cena fino al calare del buio, quando giocava anche a bocce e volano con il nipotino Andrea. Gli piaceva il ciclismo e tifava Juve.
Deceduto il 1/6/2002 a Rivoli (TO), è sepolto nel cimitero di Alpignano (TO). Ha vissuto s
empre ad Alpignano (TO), tranne i primi tre anni dopo il matrimonio vissuti in una casa in viale Colli a Rivoli (TO). Poi visse proprio dietro la Parrocchia di San Martino, quindi in via Arnò e infine, dal 1951 in poi, in via Chiri n. 6.
GLI ANNI DELLA GUERRA E DELLA PRIGIONIA
Arruolato nella Regia Marina il 19/3/1942, per la ferma di 28 mesi, dal Consiglio di Leva Marittima di Savona con la classe 1922. Classificato provvisoriamente come marò venne assegnato alla sede di La Spezia, al deposito del Corpo degli Equipaggi Militari Marittimi (CEMM). Raccontava che durante questo periodo, camminando sulla passeggiata con un suo commilitone, trovarono un portafoglio che qualcuno aveva perso. Lo raccolsero e lo portarono alla stazione dei carabinieri. Oltre a molto denaro c’erano anche i documenti. Venne contattato il proprietario del portafoglio che passò a ritirarlo e a ringraziare Penna e il suo commilitone ricompensandoli.
L’8/12/1942 venne quindi inviato al Comando Marina di Sebenico, in Dalmazia, dove venne inquadrato nel 16° reparto con il grado di sottufficiale e numero di matricola 149223. Di questo periodo ricordava sempre due episodi. Il primo era riferito ad un giro di pattuglia composta da quattro marinai, armati fino ai denti con fucile mitragliatore e almeno quattro caricatori, bombe a mano e baionetta innestata perché c’era la concreta possibilità di incontrare i partigiani di Tito, di cui uno dei capi si chiamava Marco Scovic. Dopo una buona ora di camminata nella boscaglia, avanzando con circospezione, giunsero in vista di un piccolo villaggio, quattro casupole e nemmeno un’anima viva. C’era però una rivendita di pane, vi entrarono ed acquistarono pane e fichi secchi. Pagarono ed uscirono fuori. Ma se all’entrata non c’era anima viva, all’uscita si trovarono davanti a una ventina tra bambini e ragazzi, i cui volti erano più che eloquenti, avevano fame. Penna e i suoi commilitoni si guardarono negli occhi e senza parlare decisero di donare il pane e i fichi a quei ragazzi.

Sempre di quel periodo raccontava sovente un altro episodio. Ogni notte c’era da fare la guardia alla base. Sulla collinetta da sorvegliare dall’alto c’erano delle garitte dove ci si piazzava per controllare. Il turno più difficile era dalle 2 alle 4 di notte. Purtroppo tra gli ufficiali ce ne era uno a dir poco antipatico. Una notte fredda e con una leggera nebbia che contribuiva a rendere più difficile avvistare il nemico, Penna era di turno proprio dalle 2 alle 4. Era durissima rimanere svegli, ma lui aveva un metodo tutto suo per riuscirci. Verso le tre, appena vide diradarsi la nebbia, scorse un leggero movimento di un cespuglio e subito capì che si trattava di quel suo superiore. Questi, avanzando con il passo del leopardo, stava cercando di trovare qualcuno addormentato, non capendo però che poteva rischiare la vita in questo modo. Penna, che tra parentesi non lo sopportava, decise che era arrivato il momento di fargli prendere un bello spavento. Si nascose dietro la parete della garitta in modo che dall’apertura non potesse essere visibile. Non appena il superiore superò la parete laterale della garitta Penna spuntò fuori all’improvviso intimando: Altolà! Chi va là! Parola d’ordine! Ebbe una risposta tremolante a cui controbatté chiedendo se si rendesse conto del rischio che aveva corso facendo una cosa del genere.
Il 9/9/1943 venne catturato a Sebenico dai tedeschi. Dopo l’8 settembre ricordava la mancanza di ordini e una gran confusione. Prima ancora di poter capire cosa fare furono raggiunti da un commando di tedeschi che li fecero prigionieri e li fecero salire su un treno merci. Fu così condotto in Germania il 13/9/1943 al campo di prigionia della Wehrmacht per sottufficiali e soldati (stammlager) X c situato a Nieburg/Weser nella regione tedesca della Bassa Sassonia. Arrivati a destinazione vennero radunati e gli venne detto che sarebbero stati costretti a lavorare. Chi si fosse rifiutato sarebbe stato fucilato sul posto. Dopo essere stati visitati gli venne fatta un’iniezione che provocò a tutti un febbrone da cavallo che passò solo dopo una settimana. Gli venne assegnato il numero di prigionia 173526. Stando ai suoi racconti fu adibito principalmente al lavoro coatto come muratore.
Iniziarono così quei tremendi 19 mesi di prigionia in cui ogni giorno c’era la paura di non riuscire a tornare a casa sani e salvi. Durante l’internamento fu detenuto a Wilhemshaven, poi a Sande e Oldemburgo. Ogni mattina al risveglio c’era l’obbligatorio saluto al Fuhrer, poi iniziava una estenuante giornata di lavoro. L’alimentazione era costituita sovente da radici dure come il legno e da una brodaglia schifosa con bucce di patata. Non disse mai di aver ricevuto durante la prigionia offerte di ritornare in Italia per aderire alla repubblica di Salò e se ciò avvenne sicuramente rifiutò quelle offerte.

Un giorno, mentre Bruno stava spostando una pesante putrella di ferro con un altro internato, si rese subito conto di non averla presa nella maniera giusta e chiese all’altro di posarla a terra, facendo un gesto con le mani come a dire: “Piano che prendo un attimo fiato e forza e ripartiamo”. Dietro di lui il direttore tedesco dei lavori, un piccoletto arrogante, vide il gesto di Bruno e lo interpretò come “Prendiamocela comoda che per questi non vale la pena” e gli sferrò immediatamente un calcione nel fondoschiena facendogli sbattere la faccia a terra. Gli altri prigionieri, a loro rischio e pericolo, circondarono il piccoletto arrogante. Un ufficiale della Wehrmacht che aveva assistito alla scena si precipitò sul posto e la cosa finì lì, senza provvedimenti punitivi ne per nessuno. Da quel giorno però non videro più il piccoletto arrogante ma un altro ufficiale. Penna, incuriosito, chiese all’ufficiale dove fosse finito il piccoletto e gli venne risposto che fu mandato in prima linea sul fronte russo., dove un paio di mesi dopo trovò la morte.
Quell’ufficiale della Wehrmacht un mattino disse a Penna che non avrebbe dovuto andare al campo di lavoro ma sarebbe dovuto andare con lui. Lo portò a casa sua e gli disse che avrebbe dovuto mettergli in ordine il giardino. Potare le piante, tagliare l’erba e le varie siepi. C’era anche la moglie di quell’ufficiale, la quale provvide a dargli da mangiare. Questa cosa andò avanti per qualche giorno.
Durante l’ultima settimana di prigionia invece non ebbe nulla da mangiare, fino a quando arrivarono i liberatori, l’esercito inglese, anche se Penna non ricordava con esattezza questo particolare. Venne comunque liberato il 6/5/1945 e rimpatriato dopo oltre quattro mesi il 13/9/1945. Subito dopo la liberazione lui e gli altri internati vennero rifocillati ma con piccole razioni, per non esporli al rischio di indigestioni fatali.
ILRITORNO A CASA
Pochi giorni dopo la liberazione, marciando verso una stazione, passò davanti ad alcuni soldati della Wehrmacht, prigionieri degli alleati e custoditi dietro un recinto. Vedendone uno semi sdraiato per terra con lo sguardo triste non si trattene e gli disse in tedesco: “Guardati, volevate diventare i padroni del mondo. Vi sta bene”. Aggiungendo qualche frase non certo amichevole in piemontese. Un giorno, durante il viaggio in treno merci, su linee ferroviarie che erano state semi distrutte dai bombardamenti alleati, ad un certo punto si fermarono in aperta campagna. Dopo una breve sosta il treno ripartì molto lentamente. Solo allora si accorsero che c’era da attraversare un ponte provvisorio assai alto, perché l’originale era stato distrutto dai bombardamenti. Quel ponte provvisorio, costruito dagli americani, poggiava su putrelle di ferro che sostituivano i binari del treno. Sporgendosi fuori dal vagone videro la locomotiva che iniziava a passare dondolando su quel ponte volante. Bruno pensò che dopo aver salvata la pelle in più di un’occasione, sarebbe stata una beffa morire precipitando da quel ponte. Fortunatamente tutto andò bene e riuscì a tornare a casa sopravvivendo a quei tremendi diciannove mesi di prigionia grazie al suo fisico ed alla sua forza di volontà che gli fecero sopportare sia i patimenti fisici (denutrizione, malattie, violenze, parassiti) sia quelli psicologici. Una condizione tale che oggi nessuno di noi può nemmeno lontanamente immaginare. E comunque, una volta tornato a casa, ebbe un inizio di pleurite prontamente curato da un suo amico medico.
Una delle prime cose che fece fu di presentarsi al distretto militare di Torino dove gli fu concesso il congedo illimitato a far data dal 21/11/1945.
Nel corso dei mesi di prigionia Bruno aveva scritto sovente ad Adele Rossino, la sua fidanzata che sposò dopo la fine della guerra. Molte lettere riportano la data ed il luogo di prigionia, che più frequentemente è la città di Sande. Quelle lettere sono conservate ancor oggi con grande affetto dal nipote Andrea Boscaro, il quale ritiene che suo nonno visse due vite e la seconda ebbe inizio con il ritorno a casa dopo la guerra. Dopo aver vissuto quella tremenda esperienza nulla lo avrebbe mai più spaventato. Nelle sue lettere chiedeva sempre ad Adele di scrivere il più possibile

perché era l’unico modo per superare le difficoltà, un vero cibo per la mente, anche se fatalmente poteva capitare di essere assalito dalla malinconia. Ma nella maggior parte delle lettere era molto positivo. Il pensiero di tornare un giorno a casa a riabbracciarla era la motivazione più forte per superare ogni difficoltà. La figlia Luisa ricorda suo papà Bruno con tanto amore e nostalgia.: “è stato un grande lavoratore ed era buono e sensibile. Ha sempre pensato alla famiglia, A sua moglie che è stata la compagna di vita per 54 anni. Alla sua unica figlia per la quale è stato un padre affettuoso e sensibile che ha raccontato di quando durante la guerra è stato internato, periodo difficile e di grande sofferenza”. E conclude così: “Papà ti ringrazio avermi insegnato ad affrontare la vita con coraggio e dignità. Purtroppo sono tanti anni che non ci sei più. Ma il tuo ricordo vive sempre dentro di me”.


PER SAPERNE DI PIU’
La documentazione raccolta e utilizzata per comporre questa scheda è in possesso di Andrea Boscaro, nipote di Bruno.
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(pagina a cura di Andrea Boscaro e Ico Ferrero)

