30 novembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Alleringersleben li, 30 – 11 – 1943

Carissimi,

sono passati quasi due mesi da quando mi hanno trasferito in questa piccola città dove sono costretto a lavorare in uno zuccherificio 10 – 12 ore al giorno. Devo riempire sacchi di zucchero con una grossa sessola di legno e poi li devo trasportare in un deposito.

Tutto quanto di peggio immaginavamo si è puntualmente avverato. I tedeschi, in spregio alle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra, ci obbligano a lavorare come schiavi e ci sottopongono ad un trattamento disumano.

Essere un internato militare vuol dire: nessun diritto, ogni sorta di violenza e privazione, la morte come unica via di uscita da questo inferno.

Durante il giorno ci obbligano a turni di lavoro massacranti dandoci da mangiare poco o niente. Di notte, nelle baracche siamo tormentati da ogni genere di parassiti. All’alba o anche prima ci svegliano per fare infiniti appelli al gelo.

E poi ci sono i kapò. Vi voglio descrivere questa figura che è quanto di più abietto possa immaginare mente umana.

I kapò sono prigionieri che, in cambio di piccoli favori come una maggior quantità di cibo, sono incaricati di mantenere l’ordine nei blocchi. I kapò vengono scelti tra i prigionieri di razza ariana, quindi anche italiani, ma in maggior parte si tratta di criminali comuni riconoscibili dal triangolo verde, e tra di loro ci sono dei veri e propri sadici.

I kapò più malvagi decidono in modo spietato della vita e della morte dei prigionieri e lo fanno in modo zelante perché se non aderiscono alla politica di gestione del campo possono essere sostituiti e lasciati così alla vendetta degli altri prigionieri. Per questo motivo i dirigenti dei campi scelgono con cura le persone cui affidare tale compito.

Che cosa assurda e ingiusta, un criminale che sottopone a ogni tipo di violenza, materiale e psicologica, decine e decine di innocenti, colpevoli solo di non aver accettato di combattere una guerra contro i propri connazionali al fianco dei nazisti e dei fascisti.

Ma questo non è tutto. Alcuni internati, nella speranza di ottenere del cibo o dei trattamenti speciali da parte dei kapò, fanno la spia riferendo loro quanto vedono, sentono o credono di aver intuito dei propri compagni.

Molti internati vivono nella paura costante di essere denunciati da un compagno senza aver fatto niente.

Come ci hanno detto ad Altengrabow. ogni tentativo di ribellione è impossibile, quello che noi stiamo vivendo e vedendo non sarà mai conosciuto da chi sta all’esterno, anche perché se raccontassimo queste cose nessuno ci crederebbe tanto sono enormi.

E purtroppo non è finita qui, perché le SS mi hanno messo gli occhi addosso.

Sarà perché ho gli occhi cerulei e parlo già abbastanza bene il tedesco, per loro potrei essere un kapò. Me lo ripetono tutti i giorni. Ma io non voglio e non posso tradire i miei amici e commilitoni. Che scelgano qualcun altro.

Sarà difficile uscire da questa situazione, anche se la guerra sta volgendo contro i nazisti. Ma la loro ferocia ci lascerà sopravvivere fino alla liberazione?

Vi voglio sempre più bene ogni giorno che passa nella paura di non potervi più rivedere.

Vostro Dino

30 settembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Altengrabow Stalag XIA li, 30 – 9 – 1943

Carissimi,

è già passata una settimana da quando siamo arrivati al campo di Altengrabow. Qui è appena incominciato l’autunno ma fa già freddo. E c’è un andirivieni di militari, soprattutto italiani, che arrivano e partono.

Ho raccolto un po’ di informazioni in questo periodo ed ho scoperto che siamo vicini alla città di Magdeburrgo, che dista solo 35 chilometri verso ovest.

Questo campo era stato costruito inizialmente come una grande caserma in cui venivano addestrati i militari tedeschi. C’era un poligono per le esercitazioni e grandi scuderie per cavalli. Da quando i militari sono stati inviati sui vari fronti ed è aumentato il numero dei prigionieri, gli edifici sono stati modificati per diventare un campo di concentramento. Sono anche riuscito a trovare una cartolina di come era una volta il campo.

I primi prigionieri sono stati i polacchi nel 1939, poi tutti gli altri, a migliaia, soprattutto russi. Si racconta che a un certo momento una parte del campo fosse stata destinata solo ai russi perché l’Unione Sovietica non aveva firmato la convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. Per questo motivo i nazisti infierirono in modo disumano sui prigionieri russi, infliggendo loro sofferenze inenarrabili tanto da causare la morte della maggior parte di essi.

Si racconta anche, ma è difficile credere a così tanta barbarie, che i russi morti furono sepolti senza alcuna cerimonia in fosse comuni fuori del campo.

Venendo a noi le condizioni di prigionia sono terribili. Ogni mattina presto (a volte anche di notte) ed ogni pomeriggio viene fatto l’appello. Ci inquadrano tutti fuori dalle baracche ed inizia l’appello che a volte dura ore, durante le quali dobbiamo rimanere fermi immobili ed in silenzio, se no sono botte. Se poi i conti non tornano si ripete l’appello anche più volte.

Di notte è difficile dormire, fa freddo e siamo continuamente tenuti svegli da quelle bestioline che pascolano nei nostri vestiti e su di noi. Il cibo poi è scarso e disgustoso, brodaglia in cui a volte si trova qualche pezzo di verdura, una pagnotta da dividere in tanti, a volte un po’ di margarina. Il morale è ogni giorno più basso, in attesa di essere trasferiti nei campi di diestinazione definitiva che qui chiamano Arbeitskommando.

Come se tutto ciò non bastasse circola voce che anche noi italiani, come i russi, non avremo lo status giuridico di prigionieri di guerra. Contrariamente alle Convenzioni e agli accordi firmati dal governo tedesco, ci obbligheranno a lavorare nei campi o nelle fabbriche di armi.

Pare che sia stato un ordine diretto di Hitler che ha detto che non saremo più considerati prigionieri di guerra ma internati militari italiani. Cosa voglia dire esattamente non lo sappiamo, ma lo scopriremo presto.

Mi mancate tanto e mi mancano le vostre lettere. Ma sono sicuro che prima o poi tutto questo finirà e torneremo a vivere felici insieme.

Vostro Dino

14 settembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Altengrabow li, 14 – 9 – 1943

Carissimi,

il lungo viaggio verso la prigionia è terminato. Siamo arrivati in un grandissimo campo di detenzione in una località che si chiama Altengrabow. Il posto si chiama Stalag XIA, dove Stalag sta per Stammlager ossia campo di prigionia per prigionieri di guerra.

Siamo a migliaia, non solo italiani, ma anche prigionieri di molte altre nazionalità, soprattutto polacchi e russi. Molti di noi sono appena arrivati, ma quelli che sono qui da più tempo ci hanno detto che la permanenza ad Altengrabow dura poco. Poi si viene smistati in altri campi più piccoli.

E’ passata meno di una settimana dall’8 di settembre, ma sembra un secolo. I tedeschi ci hanno imbrogliato, hanno mancato alla parola data. In perfetta malafede ci avevano promesso di rimpatriarci in cambio della nostra resa. I nostri ufficiali riponevano ancora fiducia nei vecchi compagni d’armi e questo ha influito sulla loro decisione e sulla nostra sorte.

Noi ci arrendemmo perché non avevamo alternative, se non quella di abiurare al giuramento di fedeltà al Re e poi perché eravamo stufi dopo tre anni di guerra.

Quello che è successo dopo ve l’ho già raccontato. Il 9 ci fu anche un messaggio radio che diceva che le truppe italiane sarebbero rientrate al più presto in Italia e che il primo treno sarebbe partito l’11 settembre.

E in effetti il nostro treno partì l’11 di settembre, ma con ben altra destinazione!

Anche oggi, quando siamo scesi dal treno, siamo stati radunati e un ufficiale tedesco ci ha detto che avevamo cinque minuti di tempo per decidere se stare dalla parte di Mussolini o da quella di Badoglio. E che in questo caso saremmo stati internati nel campo di prigionia.

Quasi nessuno ha risposto di si. A quel punto ci hanno fatto entrare in uno stanzone dove siamo stati ispezionati e privati del denaro e degli oggetti più preziosi che avevamo con noi, compreso il mio orologio. Poi a gruppi di una sessantina ci hanno condotti nelle nostre baracche, fredde, umide e sporche.

Per dormire ci sono dei letti a castello a tre piani. Ogni piano è formato da due tavole di legno dove ci stanno due persone, quindi in sei ogni letto a castello.

Gli altri prigionieri ci hanno già avvisato che ogni mattina prima dell’alba ed ogni pomeriggio viene fatto l’appello per controllare che non manchi nessuno. Questi appelli a volte durano ore…

Questa mattina ci hanno dato da bere solo un intruglio amaro e nel pomeriggio un pane nero e duro, con una brodaglia di rape.

E’ pur sempre meglio di quanto abbiamo ricevuto durante il viaggio, ossia niente. Tre giorni e tre notti di tortura su quel maledetto carro, arsi dalla sete, tormentati dal caldo, pigiati e impediti a soddisfare i bisogni più impellenti. Un inferno da non augurare a nessuno se non a chi ci ha messo.

Che triste destino ci attende!?

Vostro Dino

11 settembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Grecia li, 11 – 9 – 1943

Carissimi,

Le nostre più fosche previsioni si stanno avverando, è evidente che siamo prigionieri dei tedeschi. Tutti i discorsi che ci hanno fatto sia loro sia i nostri ufficiali riguardo al rientro a casa sono svanite nell’arco di un paio di giorni.

Ora ci troviamo tutti sopra un treno composto da carri bestiame. Siamo più o meno una quarantina in ogni vagone. Le porte sono state bloccate dall’esterno. L’unica possibilità per vedere qualcosa al di fuori del treno e per prendere un po’ d’aria è una finestrella in alto praticamente irraggiungibile.

Non ci hanno detto dove ci porteranno, ma molto probabilmente in qualche posto in Germania. I soldati tedeschi continuano a trattarci male, a insultarci dandoci dei maiali e se non si rispettano i loro ordini volano botte.

Siamo anche affamati e assetati perché da due giorni non ci danno né da mangiare né da bere. E come se non bastasse il treno non si ferma nemmeno per farci fare i bisogni, per cui dobbiamo arrangiarci all’interno. La situazione che si sta creando è indescrivibile, imbarazzante e igienicamente deprecabile.

E purtroppo il viaggio durerà ancora chissà quanti giorni. Qualcuno dice che ci porteranno in Germania perché là hanno bisogno di operai e contadini perché tutti gli uomini validi sono stati richiamati alle armi. C’è quindi bisogno di qualcuno che mandi avanti le fabbriche che producono armi e che coltivi i campi.

Sarebbe bello fosse così, ma non sembra che siano poi così ben disposti nei nostri confronti. Ho visto Beccali, il quale mi ha detto che in qualche città gli italiani non hanno obbedito alle richieste dei nazisti e stanno combattendo. Ci sarebbero già molti morti. Speriamo che non sia vero.

Sta diventando buio, il treno prosegue la sua corsa e non so esattamente dove ci troviamo.

Vostro Dino

10 settembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Tripolis li, 10 – 9 – 1943

Carissimi,

questa notte i tedeschi ci hanno fatto prigionieri. Temo che quei pantaloni nuovi, con il risvolto “da gagà”, per cui avevo inviato a casa le dracme dello stipendio e che pensavo di poter indossare per le passeggiate in via Roma a Torino, per un po’ di tempo dovranno aspettare.

Qui non si capisce più niente. Sembra che il governo Badoglio abbia concluso l’armistizio senza dare disposizioni ai comendi dislocati sui vari fronti… oltretutto noi eravamo in una zona in cui detenevamo il potere, avremmo potuto benissimo resistere all’esercito tedesco, ma i nostri superiori, o almeno quelli rimasti perché molti sono spariti, ci hanno ordinato di deporre le armi e noi abbiamo ubbidito.

I tedeschi ci hanno detto di stare tranquilli e che deponendo le armi nessuno ci avrebbe fatto del male e che ci avrebbero fatti ritornare in Italia.

Oggi, all’alba, dopo aver abbandonato le armi, siamo stati trasferiti e radunati in un campo da football fuori città, dove sul muro di cinta avevano messo delle mitragliatrici puntate verso di noi. Noi dicevamo che non avevamo fatto nulla di male, anzi avevamo accettato le loro richieste. E poi gli interpreti continuavano a dire di stare calmi.

Da lontano, da sopra una collinetta, i nostri amici greci ci guardavano impotenti, qualcuno piangeva, altri cercavano, con grande sprezzo del pericolo, di farci arrivare del cibo e dell’acqua che i nostri carcerieri ci avevano negato. Durante il tragitto, addirittura, alcune donne ci avevano invitato a scappare dalla colonna, parlandoci in greco per non farsi capire dai tedeschi e offrendoci un nascondiglio. Ma come fare? Troppo alto era il rischio di farsi sparare nella schiena.

Dopo alcune ore passate sotto il sole i nazisti hanno presto gettato la maschera. Una volta che eravamo tutti lì arrivò un Maggiore accompagnato da un soldato altoatesino che fungeva da interprete. Diede lettura di un lungo dispaccio di quasi un’ora, in cui si diceva che noi italiani in 30 anni avevamo tradito due volte la Germania. Molti di noi a un certo punto pensarono: adesso ci fucilano tutti quanti. Invece ci dichiarò prigionieri, disse alcuni frasi secche e aspre che l’interprete non tradusse, e insieme se ne andarono con un’aria da primi della classe che hanno svolto bene il loro compito.

Insomma, siamo stati messi davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere fatti prigionieri e inviati in Germania.

Solo in pochi hanno accettato di continuare la guerra a fianco dei tedeschi, tra la disapprovazione generale. Sarà perché avevamo davvero creduto che la guerra fosse finita. Sarà perché in fondo speravamo che la proposta di farci tornare a casa fosse sincera. Sarà perché abbiamo giurato fedeltà al Re. Sarà quel che sarà, ma quasi tutti abbiamo rifiutato l’offerta di quelli che si sono rivelati per quel che sono, degli infingardi e dei traditori. E invece sono loro che, dopo il nostro rifiuto, hanno avuto l’ardire di apostrofarci come traditori, badogliani e anche peggio.

Chissà se in altri posti i nostri camerati si sono ribellati senza deporre le armi. Si dice che così sia stato da qualche parte e che forse stiano resistendo. I tedeschi invece ci hanno detto che chi non aveva deposto immediatamente le armi ed era caduto prigioniero combattendo, era stato fucilato sul posto.

Sta calando la notte. Dormiremo su questo campo senza sapere quale sarà il nostro destino. C’è chi invoca la protezione della Madonna con le preghiere e c’è chi bestemmia contro i tedeschi e i fascisti. Sarà difficile dormire, ma io sto bene e non è certo una notte all’addiaccio a spaventarmi.

State certi che la fortuna che mi ha sempre aiutato non mi abbandonerà sicuramente adesso.

Non preoccupatevi per me e state sempre di buon umore perché vedrete che presto tutto finirà.

Vostro Dino

9 settembre 1943

ATTENZIONE: questa lettera non è originale ma è stata scritta sulla base dei documenti e delle testimonianze di Dino.

Tripolis li, 9 settembre 1943

Carissimi,

io sto bene, ma non posso darvi buone notizie. Circola voce che i tedeschi, anche se ufficialmente non siamo in guerra con loro, vogliano farci prigionieri. A me sembra impossibile, fino a ieri mangiavano in mensa con noi, eravamo camerati.

Quando ieri sera la radio comunicò la fine della guerra eravamo come impazziti dalla gioia. E mentre i miei amici festeggiavano con la popolazione greca il nostro Maggiore appariva sconvolto, tanto da ordinare a ufficiali e sottufficiali di far rientrare le truppe nelle caserme ed esortare tutti a mantenere la calma.

Eravamo tutti frastornati ed emozionati. Oggi invece c’è una strana agitazione negli uffici. Il clima è pesante ed opprimente, è passata l’euforia, anche se si sente ancora il vociare gioioso dei soldati.

Nell’attesa di nuovi sviluppi c’è chi teme la possibile vendetta dei nazisti e pensa di rientrare a piedi attraverso le montagne in Italia. C’è anche chi è già sparito per non si sa dove. Forse per unirsi ai partigiani greci o forse per nascondersi da qualche parte.

Nel primo pomeriggio il Comandante riesce a mettersi in contatto col generale di divisione, ma non riesce ad ottenere nulla, da Roma non è arrivato nessun ordine né direttiva.

Devo raccontarvi un episodio che è avvenuto pochi giorni fa. Mentre ero per strada sono stato avvicinato da Lucia che mi ha detto che qualche giorno fa era stata in compagnia di un ufficiale tedesco.

Le avrebbe detto che erano pronti a farci tutti prigionieri non appena il nostro governo si fosse arreso agli inglesi e agli americani. Io non le ho creduto perché mi sembrava tanto grossa. Le risposi che era impossibile che un semplice ufficiale tedesco potesse sapere cose così tanto segrete, non ci credevo ma quando arrivammo davanti casa sua lei mi fisso un attimo e vidi suoi occhi riempirsi di lacrime prima di correre in casa senza pronunciare parola.

Forse aveva ragione lei, che mi aveva anche proposto di nascondermi in casa sua, ma il mio onore mi impedì di farlo perché avrebbe significato disertare e rischiare la fucilazione.

Così oggi pomeriggio, nella confusione più totale, ad un tratto è arrivata un’automobile con un Tenente tedesco della Wehrmacht accompagnato da quattro soldati armati fino ai denti e un interprete.

Il tenente ha fatto leggere all’interprete un ordine ricevuto dal suo comando di divisione che dice che a seguito della nostra capitolazione tutti i militari italiani devono consegnare le armi per poi essere inviati in Italia, dove saranno liberi di scegliere se continuare a combattere a fianco dell’esercito tedesco o tornare a casa.

Il nostro comandante ha risposto che non avendo ancora ricevuto ordini dagli alti comandi non avrebbe potuto ordinare ai suoi soldati di deporre le armi. Il tenente tedesco se ne è andato via furente urlando frasi incomprensibili nella sua lingua.

Ogni decisione è stata rinviata a domani, per avere ancora un po’ di tempo nella speranza di ricevere ordini e decidere come comportarci di fronte alle minacce dei nostri ex alleati. Ci attaccheranno anche se siamo numericamente superiori? Aspettiamo e vedremo.

Nel frattempo abbiate i miei saluti più cari.

Vostro Dino.

13 agosto 1943

13.8.43

Cara Nana1,

ho avuta la tua letterona in risposta alla mia ultima, e ti dico tutto il mio ringraziamento per la tua puntualità nello scrivere. Questa sera solamente rispondo, perché volevo avere le due fotografie che ti allego in copia, per mantenere la promessa fattavi nelle mie precedenti. Piacciono a voi? Il mio amicone che mi tiene abbracciato è Beccali, quello che venne pure a trovarvi l’anno scorso. Lo ricordate?

Questa sera sono di servizio, e non ho potuto andare a vedere il film italiano “Fari nella nebbia”. Lo hai già visto? Domattina dovrei avere il primo pacco speditomi e caso mai a ricezione avvenuta, scriverò una cartolina aerea a mamma.

Merlin2 è già stato da voi?

Stanotte Torino è nuovamente stata bombardata. E voi? Siete tranquilli? Ho letto che durante l’ultima incursione avete fatto un insalatina di pomodori, in barba agli inglesi. Vuol dire che siete calmi, e per me questo è un pensiero tranquillizzante.

Termino, e ti invio baci, pure per tutti gli altri cari di casa.

Tuo Dino

1 Soprannome della sorella Silvana

2 Amico di Dino, anche nel dopoguerra

9 agosto 1943

9.8.43

Carissimi,

Oggi, pur non avendo ricevuto vi scrivo, perché ho da inviarvi una piccola fotografia, e il solito certificato per lo stipendio.

Nella prima vedrete un Dino molto rassomigliante ad un ciccione, ma invece in realtà sono più magro. E’ questione di poter mettere in testa alle macchine fotografiche, che non sono così grasso.

Ma loro non se ne danno per intese, ed allora salta fuori quello che vedete.

Stasera dovrei andare a ritirare altre foto, ma non ne ho il tempo per il momento. Appena le ritirerò, al più tardi domani, ve ne invierò una copia.

Il vostro primo pacco non mi è ancora pervenuto, ma è questione di giorni ormai.

Sto perfettamente bene, e così spero sia di voi.

Non ho altro da dirvi, e perciò termino.

Vi bacio tanto, con affetto.

Dino

agosto 1943 (data imprecisata)

Cara mamma,

rispondo alla tua del 29-7.

Mi è giunta ieri sera, e rispondo solo ora, dato che se anche avessi scritto ieri sera, non sarebbe partita lo stesso fino a domani.

Ti ringrazio per il talloncino della Consociazione Turistica Italiana che mi hai mandato, e che mi servirà a dimostrare a quei signori che sono effettivamente socio vitalizio.

Forse non mi hanno più trovato perché bisognava pagare quelle cento lire che mi dite. Perché non mi avete avvisato? Avrei provveduto io a pagare; oramai che sono socio, non vedo la ragione di dover perdere tutto, dopo aver pagato tanto.

Vuol dire che mi fido di Silvana, cioè che abbia scritto lei, come le avevo chiesto, perché così arriva prima la risposta.

Altra cosa della quale non finirò mai di ringraziarti, è l’abbonamento alla Gazzetta del Popolo, che mi porterà le notizie della mia cara Torino.

Sei accorata perché non ti aspettavi il cambiamento di governo da noi, ma vedo che pure tu sei contenta: Come avrete veduto anche voi, il nuovo, paga con la moneta che gli spetta, tutti coloro che hanno mangiato a sbafo durante questo tempo. Ci voleva questo, e noi siamo entusiasti al pari di voi, di questo.

Papà, che ha sempre brontolato quando si diceva del partito, a quest’ora sarà finalmente contento; contento perché lui non ha mai appartenuto a partiti, e perché era un italiano fedele a Casa Savoia e onesto.

Cambiando, argomento, ti debbo dire che mi è rincresciuto moltissimo che abbiate perso la fotografia in costume da bagno, perché era molto bella. Oggi o domani porterò a stampare altre fotografie fatte in terrazza con amici, e che sono qualcosa di bello.

Ve le manderò appena saranno pronte.

Per la Philips, pazienza, se deve fare quel che non si può, non fa nulla. Ho avuto le fotografie, (quella grande in barca, e le altre quattro piccole). Ti ringrazio tanto.

Io sono sempre in ottima salute, e sto benissimo. L’altro ieri sono andato al mare a fare la solita gita, e ho trascorso una bellissima giornata. Il mare era agitato, ed era tanto bello così. Giorni or sono è partito il vaglia di luglio di lire 916.=mi darai poi comunicazione? Ti penso sempre, come penso tutti voi, e con tutto il mio affetto ti bacio tanto. Tuo Dino

30 luglio 1943

P.M.29, 30-7-43

Caro papà,

rispondo subito alla tua cara del 19 corr., per farti sapere che sto bene, e che mi ha fatto tanto piacere ricevere tue buone nuove.

Apprendo che hai telefonato allo zio Carlo1, e che ti ha detto di chiedermi da chi dipendo direttamente per la licenza. Dispone per i trasporti militari, il Comando dell’11^ armata2P.M.23; però i posti vengono assegnati al Reggimento dalla Divisione; solo qui da noi poi ogni militare che aspetta, viene inviato in licenza, a seconda del turno. Quindi, eccoti accontentato. Credo però che fai bene a credere poco allo zio, visto che finora non ha mai detto nulla di positivo, già fin dal tempo che ero a Condove.

In ogni modo, anche senza il suo aiuto, noi siamo contenti lo stesso, no? Trascorro le mie giornate tra ufficio e qualche passo in piazza la sera, e ti posso assicurare che non mi posso lamentare della mia vita, che sarà monotona, non lo nego, ma che per voi, che siete in pensiero per me, deve dare affidamento che la mia salute è ottima, e che ingrasso a vista d’occhio.

Silvana e Wally sono in licenza, e se la spassano come possono! Avrei voluto essere anch’io con loro durante le loro ferie, ma purtroppo verrò quando le avranno finite. Vuol dire che non mancherà tempo per rimanere assieme.

Mi rincresce immensamente che il giardino sia tutto bruciato dal gran caldo; tutti gli anni, o la grandine, o il calore, rendono nulle le tue fatiche per portarlo ad un livello di produzione, che vi dia tranquillità.

Pazienza! Sia fatta la volontà di Dio!

Prendo nota con piacere che mamma mi ha già preparato gli abiti, e che aspettate solo me per farmi confezionare quello comprato da fare.

Ti raccomando però di non andare in giro in mutande, nell’attesa della scelta, perché è meglio che tu prenda uno dei due tagli, e ti faccia confezionare il vestito. Ti pare? Io sarò contento lo stesso, e caso mai, guardate voi quale dei due si addice ad un ventenne quale io sono !

Nella tua lettera ho trovata la bellissima fotografia fatta nel ’41 a Po in barca, e ti prego di vedere se ve ne fossero altre copie, possibilmente piccole; caso mai facendole ristampare, perché ho molte ammiratrici (non so di cosa) e devo accontentarle tutte, dato che loro hanno accontentato me. Mi basterebbero quattro o cinque copie piccole. Mi farai questo favore? Non ti spaventare per queste mie amichette; sono innocue, e poi mi guarderò bene dal fare il cascamorto. Non sono più il Dino di un tempo. Sono troppo furbo per farmi prendere in giro da chiunque3.

Spero che tu sia contento della mia sollecita risposta; farò sempre il possibile di risponderti immediatamente, perché questo mi fa tanto piacere. Sii certo che ti ricordo sempre e ti voglio tanto bene; per fare questo, non necessita dirlo per iscritto ogni momento: Basta sentirlo nel più profondo del cuore.

Con tanti bacioni cari ti saluta il tuo Dino, e saluta pure mamma e sorelline.

Ciau papalino !

Con affetto Dino

1 Fratello di Luigi, il papà di Dino

2 L’XI Armata si vide affidato l’onere dell’occupazione militare delle regioni greche. Fu un compito gravoso per l’Italia quanto a uomini e risorse impiegate, anche se molto discontinua quanto a opposizione armata incontrata. La Resistenza greca fu molto attiva nelle regioni settentrionali, Epiro e Tessaglia, mentre nel Peloponneso e nelle isole non fu mai particolarmente forte, lasciando alle unità italiane lì stanziate compiti più di polizia che di repressione violenta. A dispetto dell’ostilità dimostrata al momento della resa nell’aprile 1941, con il passare del tempo l’atteggiamento della popolazione greca divenne più benevolo nei confronti degli italiani, il cui comportamento in linea di massima aveva poco a che fare con i metodi di occupazione violenta dei tedeschi. (da Wikipedia, voce “Campagna italiana di Grecia”)

3 I contatti con Teresina si sono del tutto interrotti come risulta dalla lettera del 28 aprile 1943, l’ultima in cui viene citata