1 settembre 1944

Magdeburgo 1 settembre 1944

Tra una settimana sarà già un anno che ho perso la libertà nella lontana Tripolis. Ieri si è chiuso un altro mese di prigionia durante il quale la città di Magdeburgo ha subito numerosi bombardamenti. Mi ricordo bene quello del 5 agosto, quando a mezzogiorno il cielo si è oscurato per il passaggio di quasi 200 bombardieri americani. Ci sono dei prigionieri che riescono a contare con precisione minuta il numero degli aerei che passano sulle nostre teste.

Ormai gli americani, gli inglesi e i russi attaccano in pieno giorno, segno indubitabile che le difese antiaeree tedesche sono state del tutto annientate.

Le bombe quella volta non hanno colpito solo diverse fabbriche, ma anche delle aree residenziali. Ci sono stati più di 700 morti ed un migliaio di feriti. Molti di più coloro che sono rimasti senza casa, si dice siano stati ben più di diecimila.

Ma quello del 5 agosto non è stato l’unico bombardamento. Uno simile si è avuto il 16 agosto con gravi distruzioni in tutta la Neustadt. Anche in questo caso ci sono stati morti e feriti. C’è chi gioisce per questo, anche se ogni volta si rischia la vita. C’è chi si rivolge agli aerei supplicandoli di lanciare caramelle sulle teste dei tedeschi, preferendo morire piuttosto che rimanere prigioniero un giorno di più. A me invece tutta questa distruzione mette paura e tristezza, perché anche tra i tedeschi ci sono tante persone buone, solo che in questi anni hanno vissuto nel terrore di essere puniti severamente se non si fossero dimostrati fedeli alle idee naziste. Poco alla volta stanno comprendendo il grande inganno che hanno vissuto, come noi del resto. Un folle sogno di grandezza che sta finendo in una catastrofe da cui sarà difficile risollevarsi.

Nel frattempo sta andando avanti il tentativo di farci passare da internati a lavoratori civili, il che vuol dire che non saremo più sottoposti al controllo diretto della Wehrmacht sul lavoro. Come tutti gli altri lavoratori civili, anche noi, italiani e francesi, dovremo essere registrati alla polizia, alla previdenza sociale, alla mutua e all’anagrafe. O almeno così ci hanno detto, anche perché finora ci siamo opposti al passaggio dallo stato militare a quello civile, perché abbiamo timore di venire poi reclutati nell’esercito tedesco o di perdere il diritto al soldo.

Se a ciò si aggiungono i mesi di oltraggiosi trattamenti riservatici dagli aguzzini tedeschi, la fame e le pessime condizioni igieniche non credete che i nostri dubbi siano fondati? Per convincerci ci è stato assicurato che una volta civili avremo un miglioramento delle condizioni di vita, con meno controlli e maggior libertà di movimento.

Un altro incentivo promesso è di corrisponderci il salario non più con la moneta del campo che non vale niente ma con marchi tedeschi. Se così fosse si potrebbe comperare qualcosa, anche se poco, il che è sempre meglio che niente. Ma chi si fida più? Abbiamo visto cosa è successo quando Badoglio firmò l’armistizio: i tedeschi ci catturarono con la promessa di rimandarci a casa. E invece tutti noi che rifiutammo di continuare a combattere per il Reich fummo fatti prigionieri.

Fra la popolazione civile, sono le donne che più di frequente simpatizzano con i prigionieri italiani, anche se per noi è severamente proibito avvicinarci a donne e ragazze tedesche in base all’art. 81 del Codice Militare del 1940. Una disobbedienza del genere può essere punita con la prigione fino a 10 anni e in casi gravi con l’ergastolo o addirittura con la pena di morte!

Ne ho conosciute diverse a causa del mio lavoro, e con loro ho scambiato solo alcune parole in tedesco. Alcune son gentili e simpatiche, e se possono ci fanno avere del cibo di nascosto, a volte anche nelle cassette delle munizioni che trasporto.

Concludo queste righe con un’altra notizia molto triste che è arrivata solo oggi. Si è saputo che nel campo di concentramento di Buckenwald è morta la Principessa Mafalda di Savoia, fatta prigioniera anche se cittadina tedesca e moglie di un ufficiale tedesco. Quanti lutti, quanta sofferenza in questo tempo che sembra non finire più.

Dino

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