25 luglio 1944

Arbeitsskommando Polte-Magdeburg, 25 luglio 1944

Carissimi,

Come avrete avuto modo di sapere, il 20 luglio c’è stato un attentato alla vita di Hitler. Ecco perché da alcuni giorni i tedeschi sono così cupi, come mai li avevo visti prima, nemmeno dopo la liberazione di Roma il 5 giugno da parte degli alleati o dopo lo sbarco in Normandia del 6 giugno. Alcuni ci guardano con occhi biechi e sospettosi, come se volessero cogliere dentro di noi un segno di gioia per sfogare la loro rabbia sulle nostre schiene. Ma noi ce ne guardiamo bene e nascondiamo la gioia e l’esultanza che conserviamo per quando siamo soli tra di noi prigionieri.

Dall’altra parte, soprattutto tra le guardie, sembra che la sfiducia cresca ogni giorno. E ne hanno ben donde! Dopo i sogni di gloria le stanno buscando dai russi a Est e dagli americani ad Ovest. E adesso anche il loro beneamato fuhrer non può più fidarsi nemmeno di chi gli sta vicino. Se a tutto questo aggiungete i continui bombardamenti delle città ormai indifese, capite bene che l’umore non sia dei migliori, anzi è ogni giorno più basso.

Così il loro pessimo umore va di pari passo con la nostra gioia. Sembra proprio che la guerra stia volgendo verso una conclusione che solo un anno fa sembrava impossibile. Le armate naziste stanno capitolando su tutti i fronti.

In questa situazione drammatica pare che il fuhrer, che in cuor suo vorrebbe vederci tutti morti e stecchiti, abbia invece un bisogno disperato delle nostre braccia per produrre armi e per sgomberare le macerie di case e palazzi dopo ogni bombardamento. Così sembra proprio che voglia di nuovo cambiare il nostro status da ‘internati militari’ a ‘lavoratori civili’, al fine di migliorare le nostre condizioni di vita (così dicono) e, di conseguenza, le nostre prestazioni lavorative.

Chi invece continua a soffrire le violenze e le sopraffazioni delle SS e delle guardie sono soprattutto i prigionieri ebrei, uomini e donne, che svolgono compiti non specialistici. Quando un detenuto osa resistere, o peggio ancora, difendersi dagli attacchi brutali delle guardie, viene percosso duramente. Nei casi considerati più gravi, come il sabotaggio, si può addirittura arrivare all’impiccagione pubblica nel campo.

Sono stato testimone oculare di un evento simile. Tra l’ingresso principale dello stabilimento e quello del campo di prigionia, posti uno di fronte all’altro in Poltestrasse è stata eretta una forca, ben in vista, per costringerci ad assistere all’esecuzione di un nostro compagno. Arrivando ho sentito il grido disperato di tante prigioniere. Il condannato era un ragazzino che avevo visto lavorare fino allo sfinimento nella fabbrica. Era addetto, come le donne e i vecchi, a costruire le munizioni. Lo avevano trovato addormentato, in piedi, accanto alla macchina a cui lavorava. Faceva anche lui 12 ore al giorno, era russo. Un “affarino” che non avrà avuto più di undici anni e che distrutto dalla fatica si era addormentato sul lavoro. Tanto è bastato per impiccarlo! Del resto se non tornava più utile da vivo, le SS hanno cercato di usarne la morte per terrorizzarci. Non ce la facciamo più a sopportare la crudeltà disumana dei nostri carcerieri. Il nostro è un campo di lavori forzati, ma gli internati si decimano da soli: ne muoiono tutti i giorni per incidenti, malattie, malnutrizione, violenze. Oltre alle impiccagioni.

Era un bambino. Lo hanno impiccato davanti a tutti. Tanti piangevano. Io avevo il cuore gonfio di pena. Come si può essere così?

Vostro Dino

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